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I miei racconti brevi





Racconti da 200 caratteri

Scritti per il concorso Una parola al mese del blog Romina Tamerici


Il sole è nuovo ogni giorno
(Aleatorio)

E anche quest’oggi, come pure testimonia l’esistenza di queste scarne righe, il sole è sorto di nuovo a illuminare un mondo in cui tutto, ma proprio tutto, è aleatorio. Compreso il sorgere del sole.

* * *

Linea di confine
(Baluginare)

A occhi chiusi scorsi dentro me il baluginare di qualcosa, ma se fosse la traccia di una vecchia speranza che andava spegnendosi o dell’insorgere di una nuova, in quel momento non avrei saputo dire.

* * *

L'annegato
(Bigio)

Una folata di vento le strappò il fiocco scarlatto dai capelli facendolo dolcemente planare sullo specchio del laghetto. Rimase poi ferma a lungo a guardarlo, annegato nel riflesso del cielo bigio.

* * *

Finché c'è morte c'è speranza
(Procrastinare)

“Inutile procrastinare oltre, signora” concluse il medico “suo marito è morto”.
Al che il vecchio, un fil di voce: “Ma, veramente io…”.
“Zitto tu!” lo fermò lei “Pretendi di saperne più del dottore?”.

* * *

Aspettative
(Trasecolare)

"Cosa ti aspetti dal nostro amore?" gli chiese lei.
"Che mi faccia trasecolare da adesso all'ultimo respiro".
Ma trasecolò davvero solo il giorno in cui gli resero nota la quota mensile degli alimenti.

* * *

L'aspirante licantropo
(Pedissequo)

Ero stato pedissequo nel seguire le istruzioni di Madama Strega: "Va di mattina presto a bere l'acqua piovana che si è raccolta nell'orma di un lupo".
Mi restava solo da attendere il nuovo plenilunio.

* * *

Arabesco gotico
(Stentoreo)

Talvolta accade che io, nel visitare un cimitero, mi soffermi a leggere gli epitaffi sulle lapidi. E capita allora, in quei momenti, che la mia voce si levi alta e stentorea nel silenzio di pietra.

* * *

Protesta legittima?
(Pletorico)

Pletorica sembrò all’ubriaco, al risveglio, la luce del sole. Perché aspettare il giorno, quando c’è luce, per sorgere? protestò contro l’astro. Ti fossi deciso prima non sarei caduto in questo fosso!

* * *

Avventura a Lilliput
(Affabulare)

Erano un gruppetto e pendevano tutti dalle sue labbra. Perché li affabulava con le sue parole? No, perché lui era Gulliver e loro lillipuziani!

* * *

Il disco rotto
(Giaculatoria)

"Ucci ucci sento odor di cristian… ucci ucci sento odor di cristian… ucci ucci sento odor di cr…".  Il bambino, impaurito, interruppe il disco con la fiaba sonora e fermò la giaculatoria dell'orco.


* * *


Finali da 200/300 caratteri o 200/300 parole

Scritti per il blog Mirtylla's House


Il salto 3

Il salto (Patricia Moll) Il sole scottava la pelle. Un tuffo e non lo avrebbe più sentito. Il trampolino era fuori di circa tre metri. Pochi passi, un salto...
Il pirata lo punzecchiò con la spada.

Il salto 2 (Patricia Moll) L'acqua salata bruciava la pelle. Ma era il suo ultimo spasimo di vita. Si lasciò andare alla morte.
"Capitano!".
Si sentì toccare il viso. Dietro ad un sorriso dolce e radioso, Lei! La sua Sirena.
La seguì!

(Il mio finale) Lo trovarono a riva due pescatori.
"Che aspettiamo a dargli una sepoltura cristiana" chiese il più giovane.
L’altro scosse la testa. "Guarda bene gli occhi. La sua anima se la son già presa le Sirene".

* * *

Insieme raccontiamo /1: Un libro

(Incipit di Patricia Moll) Un'amaca all'ombra, una birra gelata, un buon libro. Cosa c'è di meglio nelle afose giornate estive? Quando il sole e l'umidità liberano la pigrizia?
Poi, ci si muove ugualmente. Basta lasciare la briglia sciolta alla fantasia. E un buon libro aiuta.
Lo chiuse. Con la mente prese per mano il protagonista e...

(Il mio finale) “Dove stiamo andando?”.
“A un party di non-compleanno” rispose la bambina.
“L’avessi saputo mi sarei vestito meglio. E' che mi stavo rilassando sull'amac...”.
Era stata la figlia a svegliarlo.
“Papà, vieni a giocare?”.
Ma un istante dopo la bambina sentì la mamma chiamarla.
“Alice, lascia riposare papà!”.

* * *

Insieme raccontiamo /2: Il mondo alla rovescia

(Incipit di Myrtilla) Quando l'ultimo sole tramontò ad est e la prima luna sorse ad ovest col suo tutù fatto di nuvole giallastre, finalmente si alzò. Si stirò. Era ora di muoversi. Abitante della notte, si muoveva a suo agio nell'oscurità.
Ma nel suo mondo era sempre così. Tutto al contrario. Troppo facile altrimenti.

(Il mio finale) L’orologio a parete alle sue spalle scandiva il corso delle ore: le due, la una, la mezzanotte, e così via. Intanto che lui prestava orecchio all'arrivo del postino, ansioso di leggere le risposte alle lettere che avrebbe scritto la notte seguente o quella dopo ancora.

* * *

Insieme raccontiamo /3: La salamandra

(Incipit di Myrtilla) Seduta sul dondolo il tazzone di tè al gelsomino fumante tra le mani, guardava il fuoco nel camino. Le fiamme giocavano allegre a creare strane figure. Fiori, alberi, fate, una porta.
Ma oltre la porta una figura vagamente umana faceva cenno di seguirla. Come in trance, si alzò e andò verso di lei.

(Il mio finale) Non aveva mai creduto possibili simili magie, anche se la nonna un tempo usava parlare della salamandra, o spirito del fuoco. Pensava intanto a tutto ciò che era stata. Sorprendente che ogni cosa abbia trovato posto in un mucchietto di cenere, concluse, mentre saliva acre l’odore di carni bruciate.

* * *

Insieme raccontiamo /4: Abbandono

(Incipit di Myrtilla) L'aveva abbandonata sulla strada. In piena campagna, località Valle Rossa. Un posto isolato e solitario. Poche auto, nessuna cascina nel raggio di un paio di chilometri. Nel momento stesso in cui le aveva voltato le spalle per tornare indietro, si era sentito più leggero. Quasi felice. Cantava.

(Il mio finale) “E’ una tela del mio amico pittore Bernardo Troccoli” gli aveva spiegato lei il giorno prima.
E lui, sospirando: “Ma doveva proprio regalartela?”.
“Non me l’ha regalata. L’ho comprata”.
Adesso lei era rinchiusa nel bagagliaio dell’auto. La tela marciva in mezzo al nulla. E lui, quasi felice, cantava.

* * *

Insieme raccontiamo /6: Mandala

(Incipit di Myrtilla) Il corpo nudo della donna disteso sul fianco aveva un che di virginale. Una tela intonsa pareva. Invitava a... ma come l'avrebbe presa lui? Offendersi? Adirarsi?
Prese il suo pennello più fine e le si avvicinò. Con dolcezza cominciò dal centro della schiena. Un mandala. Avrebbe disegnato un mandala.

(Il mio finale) Poi, a fine del minuzioso lavoro, si chiese se non dovesse subito rimediare con uno strato di rosa o godersi invece la faccia del suo cliente. Certo la Venere allo specchio di Velàzquez non era mai stata così variopinta. Ma anche un copista ha il suo bel diritto, ogni tanto, a cedere all’ispirazione.

* * *

Insieme raccontiamo /7: La foto

(Incipit di Myrtilla) Riguardò la foto. Che strano! Li ricordava felici. Ora erano tristi. No! Impauriti. Li vide spalancare gli occhi, terrore nel loro sguardo. Incredulità.
Poi caddero a terra.
Dietro a loro un'ombra nera. Un fantasma informe. Solo un ghigno diabolico dove ci doveva essere la bocca.
“Vengo da te” le disse.

(Il mio finale) Quando forzarono l’ingresso la trovarono ancora seduta con l’album aperto davanti. Una delle sue dita, ormai scheletrica, sembrava indicare una foto vecchia di decenni con un gruppo di giovani sorridenti. Ha scelto di andarsene ripensando agli anni felici, concluse tra sé e sé l’ispettore di polizia.

* * *

Insieme raccontiamo /8: L'intervista

(Incipit di Myrtilla) Erano seduti di fronte. Elegante, di classe. Sexy. Decisamente amante delle palestre e dei centri benessere. Si capiva da lontano un chilometro.
Ora doveva cominciare l'intervista ma non riusciva ad aprire bocca. La sua bellezza avrebbe imprigionato chiunque.
Poi, all'ennesimo richiamo della regia...

(Il mio finale) …riuscì a spiccicare la prima domanda: “Com’è stato interpretare Domina Nocturna?”. In fondo, aggiunse dentro di sé, intervistare in un programma dove gli attori devono comparire nei loro abiti di scena ha i suoi bei momenti: la donna indossava un manto di ermellino e alti stivali neri. E null’altro.

* * *

Insieme raccontiamo /9: L'agente segreto

(Incipit di Myrtilla) Altissimo, di una magrezza spaventosa, vestito di nero pareva una stecca di liquirizia andata a male.
Al suo passaggio, tutti provavano una strana sensazione. Un misto di paura e angoscia e insieme gelo.

(Il mio finale) Ma come al solito doveva cercare di mantenere un profilo basso. E se ne aveva fatti di sabotaggi per conto del Maestro, il primo rimaneva il suo preferito di sempre. Quello ai danni della coppietta ospitata in quel resort…? ...L’Eden! Il suo nome in codice, in quell’operazione, era stato “Serpente”.

* * *

Insieme raccontiamo /10: Uscita dal bosco...

(Incipit di Myrtilla) Uscita dal bosco, lungo quel sentiero che correva tra querce e olmi, la vide apparire all'orizzonte.
Pianta quadrata, quattro basse torri ai lati, si stagliava contro il cielo ancora chiaro del tramonto in arrivo. Scura, quasi nera con quelle bifore che parevano occhi di gigante. Che davano un senso di.....

(Il mio finale breve) ...qualcosa di cui non fidarsi. Si fermò, pronta a darsela a gambe. Per un po' tutto rimase com’era, ma poi le bifore si accesero di una luce malvagia, le quattro torri si piegarono ai lati a toccare il suolo, e il mostro partì alla carica. Proprio per un pelo, pensò lei, nel rituffarsi nel bosco.

(Il mio finale lungo) ...abbandono. Erano tristi occhi vuoti, come abbandonati dalle loro iridi. Come sempre, si sedette a fissarle sull'erba fresca poco oltre il margine della radura, in attesa del momento in cui l’oscurità vi avrebbe come sovrapposto due nere palpebre. Solo allora, lo sapeva per esperienza, al senso di abbandono si sarebbe sostituito, anche in lei, il rassicurante oblio del sonno. Ma stranamente, ogni mattino, si risvegliava nello stesso luogo da cui era venuta: un posto dalle mura bianche e spoglie, popolato di gente vestita tutta uguale e tutta indaffarata, che sembrava accorgersi a malapena di lei. Ne approfittava allora, ogni volta, per uscire senza farsi notare da nessuno e tornare a immergersi nella più carezzevole ombra del bosco, dove riprendeva il suo lungo cammino verso la radura. Poco le importava se vi sarebbe arrivata solo alla soglia del tramonto; poco le importava se sarebbe stata un po’ triste fino al calar del buio. Non era stata capace di trovare altra strada che quella. Poi, un giorno, a metà cammino, trovò un albero caduto a sbarrarle il sentiero. Inutilmente protese le braccia in avanti, verso l'ancor lontana radura e la dimora dallo sguardo triste e vuoto. Quell'albero caduto era il suo filo, ora del tutto reciso, e già la mano invisibile, ma imperiosa, dell’Ade la reclamava a sé.

* * *

Insieme raccontiamo /11: Il Grande Rospo

(Incipit di Myrtilla) Odore di muschio. Di foglie in decomposizione.
Nel bosco, sotto a quel guazzabuglio di querce olmi e acacie, alte da sembrare volerlo solleticare e spesso da oscurarlo, il cielo era sparito.
Si chinò ad annusare lo stesso odore di allora quando....

(Il mio finale) Tutto era cominciato una mattina presto, con l’arrivo di corsa dei due cugini che, ansimando più per l’emozione che per lo sforzo, ci annunciarono di avere appena fatto una scoperta importantissima.
«Sentiamo. Che scoperta avreste fatto?» chiese loro Donatella, ostentando scetticismo.
«Dovete vederlo da soli» replicò Roberto.
«E tu» aggiunse Diego, indicando me, «tu vai a prendere il tuo retino da farfalle».
«Da girini» lo corressi. «È un retino da girini».
«Chiamalo come ti pare ma vai a prenderlo… noi ti aspettiamo alla Fontana».
Quando poi, armato di reticella, li raggiunsi alla fontana che si trovava al centro del paese, mi trovai di fronte uno spettacolo di affascinante ribrezzo.
Su di una pietra piatta a margine della vasca, appena distinguibile per via dei colori molto simili, sostava immobile un enorme rospo dal corpo rugoso. Lì per lì pensai che fosse semplicemente in riposo o addormentato, ma guardando meglio non potei non notare, sparse sulla pietra, le sue interiora, che fuoriuscivano dalla bocca semiaperta.
«Devono averlo colpito con un bastone» commentai desolato. «Non è che siete stati voi, vero?».
«Noi non siamo stati»
«Te lo giuriamo»
assicurarono i cugini.
Convenimmo tutti che fosse bene dargli una sepoltura onorevole, e nel posto che per noi era il più importante di tutti: lo spiazzo erboso circondato da un folto di alberi e rovi che chiamavamo semplicemente il Bosco.
Nessuno in quel momento faceva caso a noi (ma non che ce ne sarebbe importato granché, alla fine) e potei agire indisturbato. Senza fretta e con la massima cura, sollevai il corpo semischiacciato e inerte con il bordo circolare e metallico della mia reticella e lo feci scivolare pian piano al centro della sua tessitura di maglie.
Fu poi la volta della processione funebre. Io, con il feretro, in testa al corteo e i miei quattro amici dietro di me. In fila indiana, percorremmo in allegria, felici di iniziare la giornata con un bel gioco, tutto il sentiero in discesa che portava al Bosco e al luogo designato di sepoltura…

…lo stesso dove lui si trovava in quel momento. Erano trascorsi ventuno lunghi anni da quel giorno di inizio estate del 1967, ma tutto in quel luogo ombroso e profondo aveva lo stesso odore di allora.

* * *

Insieme raccontiamo /12: Disavventure balneari di poveri blogger

(Incipit di Myrtilla) Su una spiaggia, due uomini sulle loro sdraio, sussurravano. Uno dei due chiese all'altro: - E i due desaparecidos?

-Chi? Il Pg e il Mich? I fantasmi di quel blog... come si 'hiama... Fanno le sabbiature – e indicò due cumuli di rena da cui spuntavano solo i piedi ad una estremità e i cavetti collegati a due ipod dall'altra. - ma... shtttt! Che se ci sente....
- Mou belin! Ma vuoi che ci senta fin qua? Mica sa dove siamo...
- Eh... miha sa dove siamo.... Maremma proustiana! Non mi fido. Ha orecchie e occhi dappertutto. Mai fasciassi la testa prima d'avella rotta ma...
- Uhm... c'hai ragione, belin.. Ti ghe ragiun.
- E poi tu lo sai... home rompe i hohomeri quella, miha li rompe nessuno
- Speremu!
- Eggià! Un se ne pòle più!
Anche i due cumuli di sabbia ebbero un movimento sussultorio. Pure i desaparecidos tremavano a quella possibilità.
In quel momento, si alzò uno strano vento. Tutto era immobile. Non un granello di sabbia si spostava ma verso di loro avanzò un venticello rovente che fece cadere ai loro piedi un foglietto.
Incuriositi lo presero e lo lessero. Sbiancarono.

C'era scritto:


Terrorizzati si guardarono attorno.
- Nooooooooooooooooooo!!!!! - urlarono all'unisono.
Al loro grido, i due cumuli di sabbia scoppiarono come geyser buttando sabbia a metri d'altezza.
Il Pg e il Mich furono dritti, bianchicci come latte solo i piedi arrostiti dal sole, in mano piadine e arrosticini.
Guardarono nella direzione indicata dagli altri e videro....

(Il mio finale) *nota: non possedendo io la perizia di Patricia con i vari dialetti italici, i dialoghi sono compilati d'ora in avanti, con le dovute eccezioni, in italiano corrente. Inoltre, in barba alle regole del sano scrivere, opero anche un brusco cambio di PDV (o POV) che diventa "prima singolare".

…i membri della famigerata LAPEB (Lega Anti-Pausa Estiva nei Blog) quasi al completo. Si distinguevano bene in prima fila il Ferru e la Patricia con indosso il suo burkini ricalcato sul costume di Catwoman. Dietro, in ordine sparso, Glò, lo staff di Ispirazioni & Co. e tutti gli altri stakanovisti del blogging estivo.
- E ora, gente, che si fa? - chiesi.
- Ce se la batte a gambe levate - propose Pg. - In fondo alcuni metri di vantaggio ce li abbiamo.
- In più loro sono appesantiti dalle reti cattura-blogger - osservò Mich.
Iniziammo così a correre tutti e quattro, lasciandoci dietro le spalle una scia di piadine, arrosticini, ipod con cuffiette, tablet e copie di Joshua. Un ricco bottino per la squadra degli inseguitori.

- L’abbiamo scampata proprio bella! - esclamò Max, ansante al termine della corsa forsennata.
- E ora che si fa? - chiesi di nuovo. - In spiaggia non ci si torna di sicuro.
- Andiamo a mangiare al Gambero Scarlatto, che è qua vicino - propose ancora Pg. - Io c'ho un certo languorino.
La proposta fu approvata all’unanimità e meno di dieci minuti dopo eravamo tutti e quattro seduti intorno a un tavolo della locanda.
- Mi sa che ho preso troppo sole - disse a un tratto Max, visibilmente sofferente, passandosi allo stesso tempo la mano sulla cervice ipotricotica, rossa come il fuoco. - Faccio fatica solo a leggere il menu. Sentirò quello che prendete voi e deciderò di conseguenza.
Ordinammo così prima io, Pg e Mich. Infine il cameriere si rivolse a Max. - E a lei cosa porto?
- Frittûa de pigneu giancu de Purtufin
çervelle de bae 'nt'u meximu vin
lasagne da fiddià ai quattru tucchi
paciûgu in aegruduse de lévre de cuppi - rispose il nostro.
Il cameriere guardò allora noialtri tre, con una muta richiesta di soccorso dipinta sul volto. Ma si rese presto conto che ne sapevano quanto lui e tornò a rivolgersi a Max.
- Può scandire meglio le parole, per favore?
- Frittûa de pigneu giancu de Purtufin
çervelle de bae 'nt'u meximu vin
lasagne da fiddià ai quattru tucchi
paciûgu in aegruduse de lévre de cuppi.
Fu a questo punto, al secondo ascolto, che ebbi un’illuminazione improvvisa. - Credo di cominciare a capire cos’è successo davvero - spiegai. - Questa mattina, in spiaggia sotto il sole, Max ha ascoltato come minimo una dozzina di volte di fila in cuffia tutto l'album Creuza de mä.
- Vuoi dire che…? - interloquì Pg.
- …l’insolazione e… - continuò Mich.
Annuii. - Proprio così. La causa è sicuramente l’effetto combinato degli ascolti ripetuti e dell’insolazione. Non pensi anche tu, Max?
Max ci rifletté su un momento, poi scosse la testa. Non sembrava per niente persuaso della veridicità della mia teoria.
- Ne hai una migliore tu? - gli chiesi.
Ci pensò su un altro po'.
- Intu mezu du mä
gh'è 'n pesciu tundu
che quandu u vedde e brutte
u va 'nsciu fundu
intu mezu du ma
gh'è 'n pesciu palla
che quandu u vedde e belle
u vegne a galla - replicò infine, con un sorriso beato.

* * *

Insieme raccontiamo /13: Il mistero dei bambini scomparsi e Un giorno al museo

(Incipit di Patricia) Seduta sulla poltrona, alzò gli occhi dal giornale. L’articolo le aveva fatto capire cosa doveva cercare per ottenere quello che voleva.
Lo posò, si alzò e così come era in casa uscì dirigendosi verso…

(Il mio finale numero 1) …la fermata. Vi si erano già radunati intorno alcuni bambini, per la maggior parte più piccoli di lei. Ma se il giornale diceva il vero, quella sera stessa la piazza sarebbe stata di nuovo vuota. Il mistero dei bambini scomparsi. Succedeva una volta l’anno, sempre nello stesso giorno, ma nessuno riusciva a evitarlo perché nessuno sapeva esattamente che cosa succedesse. Nessuno degli adulti, per l’esattezza. I bambini invece, una volta presa la decisione, trovavano la strada come per magia. Tutto l’opposto dei loro genitori, che se si mettevano sulle tracce dei figli si dimenticavano quasi subito il motivo per cui erano usciti di casa. La gente poi che si trovava a passare per caso nei paraggi, sembrava che i bambini lì radunati non li vedesse neppure.
Lei sperava ardentemente che tutto quello che nelle settimane precedenti aveva sognato si sarebbe realizzato, perché non ne poteva proprio più della scuola e tantomeno le piaceva l’idea di dovere un giorno mettersi a lavorare o peggio ancora sposarsi e crescere dei figli. Era del resto chiaro che anche gli altri bambini condividevano le sue stesse preoccupazioni e si mostravano altrettanto ansiosi di lei; c’era perfino chi si stava mordendo le unghie, mentre i più previdenti si erano portati da casa le bolle di sapone o la corda per saltare. Ma quando arrivò il tramonto, tutti si immobilizzarono nell’attesa dell’ora magica del crepuscolo, quando si diceva che il mondo della realtà e quello della fantasia sarebbero diventati uno. E come previsto, mentre l’aria diventava più densa e insieme più trasparente, si levò nell’aria anche il suono delle campanelle, a preannunciare l’arrivo della corriera, che sembrò sbucare a sua volta dal nulla. Accolta dalle grida di giubilo dei bambini, era in tutto e per tutto quella vista nei loro sogni. Destinazione: Paese dei Balocchi.

(Il mio finale numero 2) …il museo archeologico. Pagò il biglietto d’ingresso e raggiunse la grande sala riservata alle esposizioni. Da quel giorno e per un paio di settimane avrebbe ospitato una mostra di reperti, frutto di una recente campagna di scavi in Mesopotamia e tutti rinvenuti all’interno di un grande tunnel sotterraneo, opera, secondo gli autori della scoperta, di una civiltà antecedente a quella sumerica. Si trattava di un evento senza dubbio eccezionale, anche perché le particolari condizioni di conservazione avevano fatto sì che il materiale attraversasse quasi indenne un arco di tempo pari forse a dieci millenni.
Le bastarono pochi minuti per individuare quello che cercava: un piccolo tabernacolo tempestato di gemme e come sorretto ai lati dalle statuine di due divinità teriomorfe, che aveva resistito fino a quel momento a ogni tentativo di apertura. Era esattamente come lo ricordava. Senza indugiare un istante, ignorò i cartelli con il divieto di avvicinarsi, scavalcò il cordone del dissuasore e afferrò il prezioso reperto. Dopodiché, con mano sicura, fece ruotare una delle gemme ornamentali fino a provocare l’apertura, con uno scatto secco, dell’anta di sinistra. Dietro vi era conservata una piccola anfora, che lei subito aprì per berne il contenuto. Meno di un minuto dopo l’avevano circondata gli addetti alla sicurezza del museo, ma nessuno di loro osava ancora avvicinarsi al mucchietto di cenere che sul pavimento della sala aveva preso il suo posto.

* * *

Insieme raccontiamo /14: Sotto la vecchia quercia

(Incipit di Patricia) Seduta ai margini del bosco sotto alla vecchia quercia spoglia rimuginava. Un peso le gravava sulla coscienza. Forse era giunta l’ora di liberarsene ma con chi parlarne? A chi rivolgersi? Chi avrebbe capito?
D’un tratto il tappeto di foglie ingiallite dall’autunno scricchiolò vicino a lei. Si voltò.

(Il mio finale breve) La sera prima aveva finito per addormentarsi subito e il suo fratellino, affidato alla sua custodia, ne aveva approfittato per sparire. Lo aveva cercato fino all’alba e ora eccolo davanti a lei come se nulla fosse successo. Si domandò se avesse più voglia di abbracciarlo o di prenderlo a schiaffi.

(Il mio finale lungo) Nulla. Sarà stato un animaletto del sottobosco, si disse, tirandosi in piedi. Ma era comunque servito a liberarla dal suo rimuginare. Guardò la vecchia quercia e ne accarezzò la consistenza rugosa così come avrebbe accarezzato il volto di un vecchio. E annuì in silenzio con la testa.
Nel frattempo si era anche alzato, a un passo da lei, lungo tutto il confine del bosco, un muro di nebbia. Ma dov’erano finiti gli alberi? si chiese. A parte la vecchia quercia sembravano tutti scomparsi. Poi fu il turno di un nuovo suono, ma di un genere che non ci si sarebbe aspettati di udire in quel posto: acqua smossa. La donna cercò allora di affondare il suo sguardo nella spessa cortina di vapori, ma vide solo, al centro di un chiarore madreperlaceo, un’ombra più scura i cui contorni rimandavano vagamente a una forma umana. Era sua sorella nascosta nella nebbia? O, meglio, quel che ne rimaneva? O era un emissario della sua vendetta?
L'ombra all’improvviso parlò e le sue parole, Sono qui per scaricarti del tuo peso, riecheggiarono nella mente della donna. E qualcosa di simile al bagliore di un lampo illuminò tutta la scena, ritagliandone i contorni come in un vecchio quadro fiammingo: in piedi su una specie di larga zattera, l’ombra teneva in mano un lungo bastone nodoso la cui estremità affondava in quello che sembrava un acquitrino. Non ci furono altre parole. La donna fu esortata a salire a bordo con un gesto imperioso a cui ubbidì senza nessun indugio, poi la zattera riprese a scivolare nella direzione da cui era venuta. E con lei si allontanò nella notte anche l’ultima eco dell’acqua smossa, mentre il sole nascente scacciava l’ultimo brandello di nebbia.
Ritrovarono quel giorno stesso il corpo della suicida, ciondolante da un ramo della vecchia quercia.

* * *

Insieme raccontiamo /15: L'occhio dal profondo

(Incipit di Patricia) Guardava la pioggia che dietro ai vetri cadeva incessante. Gocce fitte, allungate come tagli arrivavano da un coperchio nero che sovrastava la città.
Formavano una cortina così fitta da isolarla dal resto del mondo. Sparite le altre case. Via il campanile che di solito si ergeva contro l’orizzonte come un guardiano silenzioso e severo. Solo acqua, tuoni e fulmini. Per il resto, buio completo. Notte in pieno giorno. Una notte improvvisa e strana. Nata in cinque minuti. Senza preavviso. Poi, accadde.

(Il mio finale) Prima il suono, prolungato e spaventoso e lugubre. Poi, dopo pochi istanti, un rosso bagliore al di là dei vetri della finestra. Ma non era la vampa di un incendio capace di opporre la sua forza a quella del diluvio. Era un occhio, un occhio gigantesco e quasi senza sguardo, che sembrava tuttavia scrutare la stanza in lungo e in largo.
Lei attese immobile, con il fiato in gola, facendosi piccola piccola, aspettandosi da un momento all’altro che l’enorme rostro della Bestia spezzasse i vetri e si facesse strada verso di lei attraverso la cornice della finestra. Si diceva infatti che fosse l’immobilità la sola speranza di salvezza. Che se non ci si muoveva, per quegli esseri con poco cervello era come se noi non esistessimo neanche.
Si diceva inoltre che a vedere la Bestia per primi - la prima Bestia in realtà - fossero stati i guardiani di un faro di un’isola al largo della costa del New England, in una fredda sera di novembre. E che a risvegliarla fosse stato proprio il suono della Sirena da Nebbia che accompagnava il fascio di luce, così simile al lugubre verso che ora scuoteva l'aria al di là dei vetri della finestra. Poi se ne era risvegliata una seconda, nel Mar del Giappone, poi una terza da qualche altra parte ancora, e così via, in una inarrestabile reazione a catena.
Ma solo da quando tutti i litorali del pianeta si erano inabissati, ed erano cominciate le grandi piogge, la situazione era degenerata. Allora, protette dalla mano del diluvio, le grandi Bestie avevano risalito a decine le correnti del mare profondo, fino alle terre di superficie. E ancora con l'aiuto delle piogge, sempre più prolungate e violente, avevano ripreso a conquistare palmo a palmo ogni particola dell'obliato loro antico dominio.

* * *

Insieme raccontiamo /17: Omaggio a Malpertuis

(Incipit di Patricia)  Era l’alba. Gli piaceva scendere in spiaggia a quell’ora. In giro non c’era ancora nessuno perché i vacanzieri erano andati a dormire da poco.
Il silenzio interrotto solo dalla voce del mare lo rasserenava.

Girovagando, aveva oltrepassato il promontorio. In una piccola baia seminascosta l’aveva trovata....

(Il mio finale) Aveva sempre creduto che il soggetto del quadro appeso a una delle pareti del soggiorno fosse di fantasia. Non aveva idea che suo nonno si fosse ispirato a una barca reale. Certo, adesso che era trascorso almeno mezzo secolo dal giorno in cui lui l’aveva messa su tela, non rimaneva che una vecchia carcassa divorata dalla salsedine. Ma a un tratto ricordò  anche una vecchia storia che circolava nella sua famiglia, una storia a cui non aveva più pensato dai giorni dell’infanzia. Si diceva che il nonno avesse dipinto una seconda figura sulla barca, oltre a se stesso nei panni del conducente, ma che dopo un ripensamento l’avesse ricoperta con più strati di colore così da cancellarla dalla tela. La prima volta che aveva sentito la storia, ne era stato incuriosito come lo sarebbe stato qualunque bambino e aveva chiesto che aspetto avesse avuto il personaggio. Nessuno in casa sembrava però ricordarlo. Chi diceva che fosse una donna, chi un uomo. Solo zia Eulalie sosteneva che avesse le ali, come un angelo o un demone. Ma tutti in famiglia consideravano zia Eulalie un po’ svanita e non davano molta importanza a quel che diceva.

Esaurito il flusso dei ricordi, si rimise in cammino, lasciandosi alle spalle la barca. Al suo arrivo, la casa era immersa nel silenzio e nell’oscurità e si chiese dove fossero andati tutti così di mattina presto. Ebbe una prima risposta quando entrò nel soggiorno e a stento riconobbe, carbonizzati sul pavimento, i corpi dei suoi genitori. Della vecchia zia Eulalie, unica altra abitante superstite della casa, non vide invece traccia. Non prima di guardare il quadro del nonno alla parete, dove riconobbe, stavolta con facilità, la donna, in piedi solenne e terribile al centro della barca, avvolta come in un mantello in ali color rosso sangue.

* * *

Insieme raccontiamo /19: La casa gialla

(Incipit di Patricia) Il loro era stato un incontro casuale. Una di quelle occasioni che si verificano una volta sola nella vita. Il destino aveva fatto tutto da solo. Si erano incrociati e quegli occhi la avevano ammaliata. Era come se la avessero invitata a pensare. Quasi a rimestare nel suo passato. E ora...

(Il mio finale) * * * È sempre notte, o altrimenti non avremmo bisogno della luce. – Thelonious Monk * * *

Dopo un’ora e mezza circa di viaggio, unico passeggero, scende dalla corriera e mette piede in quello che gli sembra un paese fantasma. Pioviggina soltanto, ma le nubi grigie occupano ogni angolo di cielo e niente può contrastare di più con ciò che di quel posto lui trattiene nella sua memoria.

Ma si incammina comunque. Lungo la strada principale, nella direzione opposta da cui è venuto.

Il bar al termine della salita è il suo unico vero punto di riferimento. Ma poiché la curva della strada glielo nasconde alla vista, gli si fa prima avanti la casa dalla facciata gialla. E’ un terratetto che fa angolo con la strada principale e segna l’inizio di una via laterale formata di poche altre abitazioni.

E' anche la vera meta del suo viaggio.

Il giallo della facciata, scurito dagli anni, gli ricorda lo zafferano da cucina. Ma lui ne conserva nella memoria un’impressione molto più vivace, di una cascata d'oro liquido che si confonde con la luce del sole e bagna la strada fino ai suoi piedi.

All'improvviso...

La porta della casa si apre e una donna dai capelli troppo chiari si affaccia sul mondo grigio. Lui si rende conto di come la comparsa di un estraneo in un posto come quello al di fuori del periodo estivo debba essere qualcosa di abbastanza insolito da attrarre l’attenzione. Ma lei, che guarda proprio verso il bar, non sembra accorgersi di lui.

O forse sì.

* * *

E ora...

Tutto sembra ripetersi quasi come un tempo. La donna per un attimo ha creduto di vedere qualcuno di sconosciuto, ma guardando meglio vede che non c’è nessuno. Le viene però da pensare a una coppia di occhi bruni. E al sole, a tanto sole. Quasi come rimestare nel passato, pensa ancora, stringendosi le braccia intorno al petto.

* * *

Insieme raccontiamo /20: Occhi gialli

(Incipit di Patricia) Porca miseria! Era in ritardo e si era pure persa. Non essere capace a leggere le cartine era grave e non avere il gps era pure peggio.
Da quello che ricordava non doveva attraversare un bosco ma una città. Menomale che ne stava uscendo e forse così avrebbe incontrato qualcuno a cui chiedere informazioni. E magari far benzina… accidenti! Il serbatoio era quasi vuoto. Ma non aveva fatto il pieno prima di partire? Forse l’auto aveva qualche problema o sbagliando strada l’aveva allungata....
“E come mai è così buio ?” si chiese.
Lasciata l’oscurità creata da quegli enormi castagni così alti da non lasciarle intravedere il cielo, aveva sperato nel sole e invece…. “Ci mancava ancora il temporale!”
Tuoni e fulmini a raffica e là, nel prato alla sua sinistra… la casa… quella che aveva sognato la notte precedente e quella prima ancora. Da settimane la sognava ormai.
Vecchia, in pietra, con una torretta su un lato… costruita su un terreno incolto a fianco di un fosso pieno di acqua… sotto un cielo nero che illividiva a causa dei lampi violenti come esplosioni nucleari.
E quella finestra a piano terra illuminata...
L’auto inchiodò improvvisamente come se avesse premuto di colpo il freno ma lei non lo aveva nemmeno sfiorato.

(Il mio finale) Riprese in mano la cartina e cercò di capire in quale punto avesse deviato dal percorso stabilito. Un trivio… Strano, si disse, che sulla strada non lo avesse notato. Il problema era adesso capire quale e perché delle due vie laterali avesse imboccato. E per saperlo non poteva far altro che suonare alla porta della vecchia casa.

Raggiunse l'ingresso tutta bagnata e infreddolita e cominciò a scuotere il pendente del campanaccio appeso a sinistra della porta. Con sua sorpresa le aprì un bambino che dimostrava non più di dieci anni.
Gli chiese se vi fosse qualcuno in casa. «I tuoi genitori, voglio dire».
Lui dapprima si limitò a guardarla, solo dilatando oltremisura i grandi occhi dall’iride giallastra. Poi si fece da parte, e lei entrò.
Nel focolare ardeva un bel fuoco che riscaldava e illuminava la stanza. Avrebbe voluto mettere i suoi abiti ad asciugare, ma per quello doveva chiedere il permesso ai padroni di casa.
«Dove sono i tuoi genitori?» chiese di nuovo.
Ma il bambino rimase muto una seconda volta.
«Adesso ho capito. Devi essere sordomuto. Vuol dire che mi arrangerò da sola». E si avviò verso la porta di congiunzione con il resto dell’edificio.
La aprì e fece per muovere un primo passo, ma fu subito investita da una folata gelida di aria e polvere che la fece arrestare di colpo. Un debole chiarore, di cui non riusciva a identificare la fonte precisa, si rifletteva negli occhi di quelli che le sembravano due enormi rapaci notturni. Doveva esser finita in una specie di voliera. Ma perché l’avevano realizzata in quella parte interna della casa? Assurdo!
Nello stesso momento una voce infantile alle sue spalle parlò:
«Babbo, mamma» fu tutto quello che lei sentì, prima che delle piccole mani la spingessero nella stanza semibuia e richiudessero la porta alle sue spalle.


* * *

Insieme raccontiamo /21: What A Wonderful World

(Incipit di Patricia) Stava affettando la cipolla per il ragù. La radio accesa a tenerle compagnia. Canticchiava sottovoce così come era capace, stonata e storpiando le parole inglesi.
Quasi a tradimento, dopo il mitico Elvis e il suo IN THE GHETTO, nell’aria si diffuse la voce roca e potente, inconfondibile, di Louis Armstrong. Le note e le parole di WHAT A WONDERFUL WORLD entrarono nella cucina e dentro di lei.
Si fermò col coltello a mezz’aria come colpita da un pugno.
Come è bello il mondo… ma era bello davvero?

(Il mio finale) Ma è poi così importante deciderlo? Ecco la fregatura di masticare un po’ di inglese, si disse. Chi non sa una parola di quella lingua non ha idea di cosa parli la canzone: si gode la melodia e la voce roca di Louis ed è finita lì. Lei, invece, ogni volta che la danno alla radio, ecco che cade nel tranello esistenzialista della domanda filosofica sulla bellezza o non bellezza del mondo.
Scosse con forza la testa come per liberarla dal peso dell’insulsa domanda, riabbassò il coltello e… zaccheté! Via una fetta di carne al posto di una fetta di cipolla. Subito si ficcò il dito in bocca e corse verso il bagno e la cassetta del pronto soccorso, senza tralasciare, nel frattempo, di recitare mentalmente al contrario le litanie di tutti i santi.
Ma anche mentre sedeva sul bordo della vasca, intenta a medicarsi la ferita, continuava perversamente a tendere l’orecchio verso la cucina e la musica della radio.
Poté così accogliere con un senso di liberazione lo sfumare, finalmente, nel silenzio delle note di What A Wonderful World. Non era però ancora tutto finito, come lei aveva sperato: per un attimo, aleggiante davanti a lei come un genio che fosse appena uscito dalla tazza del water anziché dalla lampada magica, ebbe la visione del faccione da rana di Louis Armstrong che strabuzzava gli occhi prominenti, gonfiava le gote a dismisura ai lati della sua tromba ed esplodeva in una grossa pernacchia sonora. Tutta per lei.


* * *

Insieme raccontiamo /22: Il viaggio premio

(Incipit di Patricia) Si sedette sul divano col personal sulle ginocchia.
Finalmente un po' di pace. Nessuno tra i piedi, silenzio, la coca fresca accanto e..... pace, appunto!
Però qualcosa non andava. Lo schermo del pc pareva  vivere di vita propria. Prima  di uno strano colore rossastro, ora era pieno di stringhe di codice che continuavano a scorrerle davanti agli occhi senza fermarsi. E non lo aveva ancora acceso.
Improvvisamente, parole di senso compiuto comparvero in mezzo alle stringhe insieme ad un brontolio strano che parve uscire dallo schermo. Parole incomprensibili..… come se fossero in un’altra lingua.
Si avvicinò al monitor per leggere ed ascoltare meglio e…

(Il mio finale) ...le parole, scandite da una suadente voce femminile, divennero finalmente intelligibili al suo orecchio.
Questo non è uno scherzo, decifrò tra i crepitii dell'altoparlante. Tra tutti abbiamo sorteggiato proprio lei per un premio esclusivo...
“Oh no, un caspita di virus!" esclamò disperato dentro di sé.
Non cerchi di eseguire alcuna azione al computer e neanche di spegnerlo, proseguì la voce. Ascolti invece con attenzione le seguenti istruzioni...
E pur sapendo bene che non ne avrebbe fatto nulla di nulla, lui ubbidì comunque alla voce misteriosa e tese l'orecchio.
Scoprì così di essere stato sorteggiato per un viaggio premio per due persone in una località da sogno e che, per ritirarlo, avrebbe dovuto presentarsi l’indomani all’alba, da solo, nel parcheggio di un grosso centro commerciale alle porte della città. Dopodiché la comunicazione si interruppe e tutto tornò a funzionare come prima.
"Col piffero che ci vengo a ritirare il premio", fu il suo primo pensiero a caldo.
Invece la mattina dopo, all’affacciarsi delle prime luci sul cielo a oriente, era già sul posto. E con sua sorpresa scoprì di non essere del tutto solo: una donna gli si stava avvicinando tra le dense ombre del parcheggio. "La voce femminile del computer?" si domandò.
Ma l’altra sembrava stupita quanto lui. «Sei tu la voce maschile di ieri sera al computer?» gli chiese.
«No. In realtà mi stavo chiedendo la stessa cosa di te» replicò lui.
Ma non riuscirono ad aggiungere altro, perché all’improvviso qualcosa di enorme e come sbucato dal nulla incombette su di loro oscurando il cielo come una grossa nube nera. Ebbero poi solo il tempo di osservare meravigliati l’aprirsi meccanico del portale, prima che un fascio di luce scendesse ad avvolgerli e li trascinasse in un istante verso l’alto, fin nel corpo dell’astronave. Il viaggio premio aveva inizio.



Racconti da 500 caratteri

Due mini racconti scritti in origine per il blog Commen500.


Basta sognare!

Un giorno decisi di dire basta ai sogni a occhi aperti e, senza pensarci due volte, mi arruolai in una spedizione diretta nel Mato Grosso, alla ricerca del mitico tempio sotterraneo di Ibez. Alla fine, dopo mille peripezie, fui proprio io a scoprire il masso scolpito che celava l’accesso al tempio. Entrai così per primo nel vasto andito che però iniziò subito ad assumere tratti sempre più familiari, finché riconobbi le pareti e i mobili della mia stanza. Avevo di nuovo sognato a occhi aperti!

* * *

Prologo al risveglio

Il vento gli agitava il rosso mantello mentre intorno a lui volavano farfalle multicolori e saltavano leprotti e cerbiatti. Liberò il falcone e lo guardò volare finché non scomparve alla vista. Quando poi l’uccello tornò a posarsi sul suo braccio, lui lo accostò all’orecchio. Capire il linguaggio degli uccelli era una delle sue doti. Il rapace gli parlò di un castello lontano dove c’era bisogno di lui. Il Risvegliatore di Belle Addormentate salì sul suo bianco destriero e partì al galoppo.


* * *


I miei incipit


Da: Gli occhi di Modì

Alla sera della domenica, al mio ritorno dal mare, trovai ad attendermi a casa non solo la cena preparata da mia madre ma anche il consueto “jet-lag” che si ripeteva per me ogni volta identico dopo qualsiasi mia assenza superiore ai due giorni. Il mio sfasamento si protraeva di solito per tutto il tempo necessario non solo a riabituarmi all’interazione con i membri della mia famiglia, ma anche a far sì che la vista della mia stanza – con la sua aria da bazar dove vecchio e nuovo si mescolavano come gli ingredienti sbagliati di un piatto indigesto – mi risultasse di nuovo sopportabile. Il maggior motivo di disturbo mi veniva però stavolta dal constatare che l’ambiente in cui avevo fatto ritorno non aveva seguito in nulla la traccia dei cambiamenti a cui io ero andato incontro nelle ultime tre settimane.

* * *

Da: Come aria che si cambia

Era un'ora compresa tra le quattro e le cinque del pomeriggio e non c’era un filo d’ombra dal nostro lato della strada, ma mio padre non sembrava curarsene. Armeggiava intorno alla sua fiat 600 bianca, parcheggiata a filo del marciapiede davanti al cortile di casa, intento ai preparativi finali della nostra partenza. Io, in piedi accanto a lui, lo assistevo come potevo, senza però rinunciare a gettare di tanto in tanto un’occhiata alla linea dell'autostrada, il cui argine si alzava lontano poche decine di metri. L’Autostrada del Sole, conosciuta anche come «autostrada delle vacanze», era quel giorno più trafficata del solito, almeno in una delle direzioni di marcia. Altre due cose che la riguardavano sapevo per certo: primo, che la maggior parte delle auto che vi correvano sopra sfrecciavano a più di cento all’ora, secondo, che alcune delle persone che si trovavano a bordo di quelle stesse auto non sarebbero mai arrivate a destinazione. Lo avevo sentito alla televisione, che solo da pochi mesi era entrata a far parte del mio quotidiano.
L’attrezzatura da pesca fu l’ultima a trovare posto, a fatica, nell'auto. Zio Rolando, l'esperto di famiglia in materia, l’aveva approntata per noi la sera prima ed era piuttosto ingombrante: due canne di bambù a innesto - una della lunghezza di otto metri per mio padre, l’altra della lunghezza di poco più di due metri per me -, più un assortimento di lenze già armate e avvolte ognuna attorno a un assicella di balsa, un cesto a rete metallica, un guadino e, per finire, il barattolo di vetro delle esche, pieno di lombrichi alla cui raccolta avevo contribuito in larga misura. Zio Rolando aveva anche aggiunto del fondo di caffè alla scorta di terra umida, perché gli animaletti non perdessero il loro bel colorito bruno.


* * *


Il gioco delle trame alternative

Da un'idea originale del blog Inchiostro, fusa e draghi



Trama alternativa 1: Per chi suona la campana

Ogni ventisette anni la chiesa della vecchia città di Dunwich, sommersa dalle acque da secoli, riemerge dagli abissi e fa suonare la sua unica campana. E' un monito dal passato? O un richiamo delle profondità? Destinato a chi?

* * *

Trama alternativa 2: Il ritratto di Dorian Grey

La ventenne Doriana Grey scopre, dalle pagine del diario della madre da poco scomparsa, di avere un gemello di nome Dorian della cui esistenza era stata tenuta all'oscuro. Su un'altra pagina dello stesso diario campeggia la foto di un ritratto a olio di un giovane adolescente che le somiglia come una goccia d'acqua. La ragazza non ha dubbi che si tratti proprio di suo fratello Dorian. Sui motivi della loro separazione, però, non una sola parola scritta. Riuscirà Doriana a rintracciare il fratello? O almeno a penetrare il mistero di quello sconcertante segreto di famiglia?

* * *

Trama alternativa 3: All'ombra delle fanciulle in fiore

Il giovane Marcel si trova a trascorrere le vacanze estive in un albergo della località marina di Balbec, quando un giorno in spiaggia il suo sguardo cade su un gruppo di giovani ragazze, tre delle quali a stento distinguibili l'una dall'altra. Sono Carmilla, Mircalla e Marcilla, le tre gemelle Karnstein dai capelli di rame, ospiti nella residenza marittima della bella e facoltosa cugina Christabel. Da quel momento niente sarà più come prima per il giovane Marcel, che si troverà presto a dover custodire, all’ombra delle fanciulle in fiore, un orribile segreto.

* * *

Trama alternativa 4: Il lupo della steppa

Dopo che la Sesta armata è uscita vittoriosa nella battaglia di Stalingrado, le forze della Wehrmacht avanzano verso oriente oltre il Volga. Alla loro testa, il feldmaresciallo von Manstein si è guadagnato l'appellativo di Lupo della steppa. Con le forze giapponesi che premono sul confine estremo-orientale e la Russia di Stalin che appare ormai stretta in una morsa a tenaglia, riusciranno le truppe anglo-americane, da sole, a cambiare le sorti della storia?

* * *

Trama alternativa 5: Le avventure di Peter Pan

Dopo che la nave su cui viaggiava è stata sorpresa da una tempesta e colata a picco, il giovane, promettente magnate dell’industria casearia Peter Pan fa naufragio sull’Isola-che-non-c’è, il cui nome deriva dall’antico uso coloniale di confinarvi, come in un non-luogo, tutti i reietti della società.
Dopo aver scoperto che l’isola è ormai del tutto disabitata, il giovane Peter conduce per anni una vita di solitudine e di enormi disagi, fino al giorno in cui un esercito di circa un centinaio di paperelle di gomma approda nei pressi della sua capanna sospinto dalle correnti oceaniche. Peter, per la felicità di quello svago imprevisto, bacia una delle paperelle che subito si trasforma in una giovane donna dalle fattezze polinesiane. Lei dice di chiamarsi Campanellino, e di appartenere a una tribù di donne caduta sotto il sortilegio di una strega malvagia. Lo stesso le sue compagne di navigazione, che Peter dovrebbe riportare come lei allo stato normale baciandole a una a una. Ma a quel punto il nostro eroe si fa delle domande. E se Campanellino gli stesse nascondendo qualcosa? Se quella che ha davanti fosse in realtà una tribù cannibale?

Commenti

  1. Queste me le ero perse!
    Daiii! Che carine! Alcune cariche di ironia molto forte.
    Veramente simpatiche!

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    1. Ahaha! Hai scoperto i miei racconti-haiku. Adesso ho smesso di scriverli... troppe cose in ballo :P
      Grazie per l'apprezzamento, Patricia!

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  2. Peccato!!!! Sono proprio carini!
    Posso permettermi????? La sagacia con tutta l'ironia tipicamente toscana viene fuori tutta....

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    1. Forse perché sono molto legato alle mie radici... Se perdo il contatto con la mia terra mi inaridisco.

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  3. Non va perso assolutamente!!!!!!!
    Siamo cittadini del mondo ma le nostre radici sono quelle che ci tengono vivi!
    Ciaoooo

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  4. Ucci ucci. ... e ti credo il bambino si sia spaventato!
    Forte!
    Patri

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    1. Questa è l'ultima che ho scritto in assoluto. Alla fine non mi sono ricordato di spedirla, così non ha neanche partecipato al concorso di Romina. Come dicevo più sopra, troppa carne al fuoco :P

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  5. Mannaggia!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
    Mi avete sfidato eh, tu e Romina.... ahahahhahahahahahahahah
    Domani posto il primo mini raccontino.

    Troppa carne al fuoco? Io continuo a metterne. Farò indigestione? Pazienza, almeno avrò la pancia piena....

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    1. Perché non partecipi direttamente all'iniziativa di Romina? E' sempre felice di accogliere nuove penne. Io spero il prossimo mese di riuscire a riprendere a partecipare a mia volta.

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    2. Sì.me l'ha detto quando ci siamo parlate perchè volevo aprire una nuova pagina sul mio blog proprio con mini raccontini.
      Sarà per il prossimo mese. Almeno spero.

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  6. Che belli questi mini racconti! A presto .. Dream teller ^^

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    1. Grazie della visita e del commento, Dream teller. Sono contento che i raccontini ti siano piaciuti ^_^

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  7. Complimenti, adoro questi esperimenti. E' come mettere le mani in un sacco di farina fatta di pensieri e parole e tirarne fuori dei meravigliosi dolcetti.

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    1. Grazie mille Massimiliano! Anche se per ora di dolcetti ho smesso di produrne perché preso da altre attività scrittorie :)

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  8. Risposte
    1. Sì, soprattutto. Ma anche la blog novel...

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  9. Complimenti per l'eleganza e la raffinatezza del tuo blog. Non occupo altro spazio in questa sezione altrimenti altro che off-topic. A presto, ciao.

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    1. Grazie ancora per i complimenti e sei sempre il benvenuto. Ciao a presto!

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