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Meriem, la prima tarzanide /5




Finora ho scritto questa serie di post su Meriem, da me incontrata per la prima volta all'età di dieci anni sulle pagine del romanzo Il figlio di Tarzan di Edgar Rice Burroughs, con grande piacere e divertimento. Non sarà così nel caso di questo quinto capitolo, dove devo occuparmi della parte di gran lunga meno entusiasmante dell'accidentata carriera della prima tarzanide. Ma poiché mi sono proposto di documentare ogni cosa passo per passo, non mi resta che stringere i denti e continuare a svolgere il mio dovere di narratore. E in fin dei conti è anche vero che il negativo fa risaltare meglio il positivo, almeno in casi innocui come questo.

Tutto comincia, stavolta, nel 1972, anno del cambio di casa editrice delle due collane a fumetti Tarzan of the Apes e Korak Son of Tarzan, che passano, rispettivamente dal numero 207 e dal numero 46, dalla Dell/Gold Key alla DC Comics, la casa editrice famosa per i personaggi di Superman e Batman. Interessa qui in particolare la seconda pubblicazione, Korak Son of Tarzan, che nel numero 49 del dicembre 1972 ospita una storia di sedici pagine, dal titolo significativo di The Search. Si tratta in effetti dell'avvio di una ricerca che si protrae per una quindicina di albi e vede protagonisti Korak nelle vesti del cercatore e Meriem in quelle dell'oggetto della ricerca. Come dire che in casa DC qualcuno ha pensato che fosse tempo di risvegliare dal suo sonno la bella addormentata Meriem e di farlo sfruttando una delle particolarità che la contraddistinguono nel romanzo The Son of Tarzan: il suo essere una rapita seriale. Il "written and edited by..." presente nei credits di apertura di The Search lascia supporre che questo qualcuno non sia altri che Joe Kubert (1926-2012), una delle grandi firme della DC degli anni '70.




Dopo uno stringatissimo riassunto della prima parte di The Son of Tarzan, che arriva fino al momento in cui Korak sottrae Meriem alle angherie del crudele sceicco e la porta a vivere con sé nella giungla, il fumetto prende, da pagina 9, una piega totalmente diversa da quella del libro, e tutto da quel momento in avanti va nel peggiore dei modi. Non solo Meriem non diventa una tarzanide, ma veste anzi i panni, familiari a tantissima narrativa per immagini, della fanciulla impotente che l'eroe è chiamato a soccorrere nei frangenti più improbabili. Nulla di più diverso dalla Meriem del romanzo, che per quanto spesso possa rivestire i panni della vittima, rimane fino all'ultimo combattiva. Edgar Rice Burroughs è del resto esplicito al riguardo, quando descrive la forza e l'agilità della ragazza come poco inferiori a quelle del suo compagno Korak.


Da Korak Son of Tarzan #49 - disegni di Frank Thorne


Precisando meglio, ho parlato sopra di una quindicina di albi che raccontano quella che, almeno nelle intenzioni degli autori, dovrebbe essere una specie di saga avventu-rosa, ma in realtà Meriem compare solo nei tre numeri di avvio: il 49, il 50 e il 51. Nei rimanenti albi, compresi tra il numero 52 e il numero 64 di Korak Son of Tarzan (che nel frattempo, dal numero 60, per complicare le cose ha anche cambiato nome in Tarzan Family), la ragazza appare solo in forma di fantasma che ossessiona Korak, all'incirca all'inizio e alla fine di ogni episodio. Giusto per ricordarci che la ricerca è in corso e che le sgangherate avventure che vive inframezzo il figlio di Tarzan sono delle specie di parentesi, o incidenti di percorso, della medesima. Unica eccezione: le quattordici pagine di Leap to Death un'avventura di Korak che appare su un numero speciale di Tarzan of the Apes, il 230 dell'aprile-maggio 1974, dove Meriem compare nuovamente di persona, rapita stavolta da dei ridicolissimi uomini-uccello. Comunque sia, se l'intenzione di Kubert e soci era quella di suscitare empatia nel lettore nei confronti dei novelli Giulietta e Romeo della giungla, i due personaggi, così come le storie narrate, sono talmente privi di ogni spessore che il destino di due pietre lasciate cadere in un precipizio ne susciterebbe probabilmente di più. Si poteva fare di meglio, senza dubbio, e senza dubbio era impossibile fare di peggio.


Da Korak Son of Tarzan #54 - disegni di Murphy Anderson


Precisando ulteriormente: Joe Kubert in realtà, una volta lanciato il suo folle progetto, lascia i testi in mano a Robert Kanigher (1915-2002), scrittore ufficiale della serie, fin dal secondo episodio (Underworld, nel numero 50) tenendosi per sé il solo compito di supervisore, senza che per questo il risultato cambi qualitativamente di una virgola.

E non va meglio sul fronte disegni; né prima, quando il kubertiano, e l'ancor più di lui frettoloso, Frank Thorne si occupa dei tre episodi con Meriem, né dopo, quando gli subentra l'asfittico Murphy Anderson (1926-2015). Per rifarsi gli occhi bisogna ricorrere ogni volta alla seconda metà dell'albo, là dove un promettente giovane disegnatore di nome Michael William Kaluta fa invece scintille, sulle pagine di Carson of Venus. Anche qui è tuttavia possibile segnalare un'eccezione: la storia intitolata Leap to Death, che vede Kanigher ai testi e lo stesso Kubert ai disegni. La sceneggiatura è allo stesso livello di idiozia dei tre precedenti episodi con Meriem, ma almeno la resa grafica (vedi immagine a lato) è in questo caso gradevole, merito sì dei disegni di Kubert ma ancor di più dell'elegante inchiostrazione di Russ Heath.

Sembra così sussistere una specie di maledizione sul personaggio Meriem, di cui ha voluto presto liberarsi lo stesso suo creatore Edgar Rice Burroughs e da cui nessun'altro sembra capace di cavar fuori qualcosa di buono. A salvare la situazione ci pensa comunque, stavolta, direttamente il pubblico pagante, che decreta la fine delle pubblicazioni di Tarzan Family, con il numero 66 dell'ottobre 1975.
Meriem può quindi tornare a reimmergersi nel suo incantesimo da bella addormentata per un altro mezzo secolo o magari per sempre?
Niente affatto. Arriva il 1977, e anche la collana Tarzan of the Apes, in circolazione fin dal 1948, è costretta a cedere le armi. Tarzan, e gli altri personaggi di Edgar Rice Burroughs, passano di nuovo di mano, stavolta dalla DC alla sua più diretta concorrente, la Marvel, che decide di ricominciare da zero, anzi da uno, con il primo numero di una nuova testata: Tarzan Lord of the Jungle. La collana però, che vede Roy Thomas ai testi e John Buscema (1927-2002) ai disegni, sopravvive appena per 29 numeri, a cui vanno aggiunti tre annuals, i numeri speciali annuali che in genere accompagnano in America le collane di albi mensili della Marvel.
Si trattava in realtà di una morte annunciata, come ha ben spiegato Mark Evanier, all'epoca supervisore delle pubblicazioni per il mercato estero per conto dell'Edgar Burroughs Estate:
Gli editori esteri non volevano adattamenti [dei romanzi di Edgar Rice Burroughs]. Roy Thomas sentiva di dover fare degli adattamenti. Gli editori esteri volevano la versione di Russ Manning, e John Buscema voleva rifarsi il più possibile alla versione di Joe Kubert. In più gli editori esteri volevano storie in blocchi di quindici pagine, perché la maggior parte delle pubblicazioni presentava trenta pagine di fumetti e due di pubblicità. In altre parole, tutto quello che facilitava le vendite in America, le rendeva difficili oltreoceano.


In questa pur breve vita editoriale fa comunque tempo a inserirsi, nel 1979, la nostra tarzanide preferita, proprio a un passo dal finale, sulle pagine del terzo dei tre annuals. Vediamo che trattamento le hanno riservato stavolta, in questa lunga storia affidata alle mediocri cure di Bill Mantlo ai testi e Sal Buscema (fratello minore di John) ai disegni.
Come recita la splash page iniziale (a lato), siamo a Londra e l'anno è il 1929. I membri adulti della famiglia Greystoke al completo sono in procinto di assistere alla rappresentazione di un'opera lirica, dove si esibisce una cantante amica di Jane. Riconosciamo facilmente Lord e Lady Greystoke, ossia Tarzan e consorte, e con un certo sforzo anche Korak. Ma Meriem? Che ci fa ritratta con quell'acconciatura pel di carota? (Tralasciando il dettaglio del nome, che diventa Meriam). Si capisce, dal seguito della storia, che ci troviamo di fronte a una reinterpretazione, anche legittima, dell'inizio del decimo romanzo del ciclo originale di Edgar Rice Burroughs, Tarzan and the Ant-men. Quindi, qui come là, un'innocua apparizione di contorno per Meriem, veramente inedita solo per l'aspetto fisico di lei. Che farà poi di nuovo ritorno nel suo limbo, rimanendovi indisturbata ancora per qualche anno, non molti per la verità, neanche quattro. Lo vedremo nel prossimo post.


* * *


L'immagine di apertura del post è: Joe Jusko, Thipdar Attack (detail).

Commenti

  1. "e senza dubbio era impossibile fare di peggio"
    Oddio, è la prima volta che leggo una tua recensione così negativa (in genere dai spazio solo a ciò che ti è piaciuto) e vedo che hai molta verve :-D
    Purtroppo sono "incidenti di percorso". Anche le case editrici più serie e gli autori più bravi possono incappare in serie nate male e finite peggio.

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    1. Sto in effetti dando spazio a qualcosa che mi è piaciuto: il personaggio di Meriem. Ma poiché ho deciso di documentare tutto il percorso, non solo le rose ma anche le spine, non posso non avere a che fare anche con queste ultime. Diciamo che mi sto vendicando delle punture subite XD

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  2. Povera Meriem, finita negli ingranaggi dell'editoria a fumetti: nessun autore sembra riuscire a recuperarla. Mi ricorda il mio viaggio con Red Sonja, che dopo il devastante sfracello del film di De Laurentiis del 1985 non è più riuscita a trovare un autore che sapesse valorizzarla, fino alla rinascita del 2005 in casa Dynamite.
    Sembra che certi personaggi siano "maledetti" e quando cominciano a passare di casa in casa tutto peggiora. Anche se totalmente diverso, ricordo il personaggio di Robocop, che ha girato di casa in casa in cerca di qualcuno che sapesse scrivere per lui una storia almeno decente: non l'ha mai trovato...

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    1. Con Red Sonja sono rimasto fermo agli anni '70 e neanche immaginavo che la Dynamite fosse riuscita a renderle infine giustizia. Riguardo a Meriem, non ho dubbi che Russ Manning sarebbe riuscito a caratterizzarla a meraviglia, ha invece scelto di fingere che non sia mai esistita. Forse pensava che gestire Tarzan, Jane e Korak fosse già più che abbastanza.
      Comunque il discorso non si è concluso con questo post. Chissà che i prossimi non ci riservino qualche sorpresa ;-)

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    2. Rimango in attesa dei nuovi sviluppi della povera Meriem ;-)
      Nel corso degli anni per i "Fumetti Etruschi" mi sono sparato tutta Sonja, dalle sue origini alla rinascita Dynamite, 40 anni di storia non sempre splendente: diciamo che sei rimasto agli anni gloriosi del personaggio...
      Gli anni Ottanta si aprono con un successo strepitoso ma anche con idee balzane, tipo le "nuove origini", di cui nessuno sentiva il bisogno. Il personaggio comincia a venir smanacciato da vari autori e peggio ancora viene "rivestito" da mamma Marvel. Ogni albo è un tentativo di portare verso altri lidi narrativi Sonja, e quindi un totale fallimento. Il mostruoso film di De Laurentiis chiude la bara e Red Sonja scompare per dieci anni.
      Superata la metà dei Novanta altre case provano a portarla in vita ma senza successo. Solo la Dynamite nel 2005 capisce come tornare a rendere grande Red Sonja. E nel numero zero della sua nuova testata l'hyrkaniana si presenta nello splendore che aveva incantato il pubblico negli anni Settanta. Rossa come il fuoco, essendo lei la Diavolessa con la Spada - alla faccia dei vari tentativi di biondizzarla - indipendente, manesca, amante della birra e della rissa da taverna. Ma soprattutto... col bikini metallico. Il primo piano del suo sedere discintamente vestito è la vignetta che apre la sua nuova vita. Red Sonja è tornata! E da allora ogni mese esce a raccontarci le sue nuove scorribande: non capolavori, certo, ma se non altro storie divertenti.

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    3. Ho seguito i tuoi post su Red Sonja fino all'avvento dell'era Dynamite. Poi mi sono arenato perché ricordo che i disegni non mi convincevano, a causa del loro stile semicaricaturale che è poi quello che va per la maggiore da un bel po' di anni a questa parte... mi sento di dire da quando i manga hanno cominciato a dettar legge.

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  3. Non vorrei fare accostamenti audaci, ma quel primo piano nel tondo del disegno di Frank Thorne, con la lacrimuccia, mi ricorda una tavola di Roy Lichtenstein. Comunque la donzella perennemente in pericolo e rapita dal primo che passa è un cliché valido per tutte le epoche e tutti i generi! ;)

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    1. Ho capito a quale opera ti riferisci, Cristina. Ma credo che Lichtenstein si ispirasse al mondo circostante e lo traducesse poi in versione fumetto. E d'accordo sul cliché, ma secondo me per gli anni '70 era già fin troppo antiquato.

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