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The Studio Section Four: Jeffrey Catherine Jones /5




L’elemento sensuale è molto importante nella mia opera. Senza, essa sembrerebbe vuota. È ciò che in parte mi risuona quando osservo i Maestri: Rodin, Degas, Whistler. Non empatizzo però altrettanto bene con un pittore come Delacroix. Mi sembra che affronti la sensualità con la mano pesante.

* * *


Nella seconda puntata dello speciale in due parti dedicato al National Lampoon avevo mostrato come, grazie alla lungimiranza del direttore artistico Michael Gross, sia Jeff Jones che Vaughn Bodé fossero approdati, pressoché in contemporanea, nella sezione Funny Pages dell’irriverente magazine. Per la precisione, Jeff Jones esordisce nel numero del gennaio 1972 con la prima tavola di Idyl, Vaughn Bodè nel successivo numero di Febbraio, con la prima tavola di un rinnovato Cheech Wizard.

Vaughn Bodé, da parte sua, non era nuovo a questo genere di iniziative. Fin dal 1969, le pagine della rivista “per soli uomini” Cavalier ospitavano con regolarità le tavole autoconclusive del suo Deadbone Erotica, a cui si erano aggiunte, dall'agosto 1971, le tre tavole mensili di Purple Pictography per un'altra rivista del settore, Swank. L’arrivo della collaborazione al National Lampoon costrinse però Bodé ad affidare i disegni di Purple Pictography all'amico e collega Berni Wrightson (lo abbiamo visto in questo post), almeno finché quest’ultimo non decise a sua volta che la cosa non faceva per lui e la serie si interruppe con il numero dell'aprile 1972. Toccò poi proprio a Jeff Jones colmare il vuoto su Swank, con Jones Touch, una serie nuova di zecca ma destinata comunque a vita ancor più breve di Purple Pictography: appena quattordici pagine per sette mesi di pubblicazioni.
Ma se nel caso di Vaughn Bodé può imputarsi a un semplice sovraccarico di lavoro, il distacco di Jeff Jones da Swank ha probabilmente una causa più profonda. Jones Touch appare, per certi aspetti, un doppione di Idyl, ma mentre questa seconda serie è pervasa da una sensualità languida e decadente, l’altra è chiaramente “sexually oriented”. Semplicemente perché, come sottolinea ironicamente lo stesso Jones in A Peel - storia di esordio di Jones Touch - è questo ciò che cercano i lettori nelle pagine di Swank. (Ricordo, a questo punto, che tutte le pagine a fumetti di The Studio possono essere ingrandite con un click e lette).




Curiosamente, i testi delle dodici installazioni che compongono Jones Touch (due, la prima e l’ultima, di due pagine, e dieci di una sola pagina) sono tali che basterebbe sostituire i disegni di Jones per avere una carrellata di storie tipicamente bodeiane. Jones era consapevole di stare producendo delle pagine di umorismo a la Bodé? E' stato forse questo a convincerlo a sospendere Jones Touch dopo soli sette mesi e quattordici tavole?
Ne ho già parlato in un post della serie su Bodé, Vita, opere e morte del Messia del fumetto, ma occorre ritornarci sopra. Al di là della loro fondamentale differenza di gusti e temperamento, che si riflette nelle differenze tra le rispettive opere, le condizioni esistenziali di Jeff Jones e Vaughn Bodé erano molto simili. Oltre a fare lo stesso lavoro, erano ambedue sposati e con un figlio (una figlia, nel caso di Jones), ma anche in fuga dalle rispettive relazioni coniugali che percepivano come limitanti. Condividevano inoltre una cruciale passione: indossare vesti femminili.

Jeff Jones e Vaughn Bodé: Illustrazione per
Junkwaffel  #4 (Apr. 1972, backcover)
Così, in quello stesso 1972, i due amici si trasferirono insieme in una grande casa di pietra situata sulle colline di Woodstock, nello stato di New York, finalmente liberi di dar sfogo alla loro creatività artistica e alla comune passione per il travestitismo, lontano dalle rispettive mogli.
Jeff Jones vi rimase per circa tre anni, fino al suo ritorno a New York City in un giorno del 1975. Bodé se ne era andato un po' prima, per trasferirsi a San Francisco, alla ricerca di un ambiente più consono all'esercizio delle sue manie trasgressive.
La vita solitaria deprimeva Jeff Jones. «C’eravamo io, i miei quadri, la mia sedia a dondolo, la foresta, i cervi e il vento negli alberi. Mi sentivo in esilio» commenterà alcuni dopo.

Ma torniamo adesso al 1972 e al fumetto Idyl, considerato da molti il capolavoro di Jeff Jones. Lo si potrebbe anche definire la principale anomalia di National Lampoon. Ancor più del Cheech Wizard bodeiano, che mascherava in parte gli slanci filosofici e mistici dietro una facciata di trasgressione e cattiveria del tutto in linea con lo stile del National Lampoon. Inoltre aveva un tipo di umorismo alla portata del lettore medio.

Idyl era invece tutt’altra storia, sebbene Jones esordisca proprio con un omaggio all'amico: gli strani esseri nasuti che appaiono alla guida di un carro nella prima tavola (qui a destra), apparsa su National Lampoon nel gennaio 1972, sono un chiaro omaggio di Jones alle lucertole di Bodé.
Tuttavia, trascorsa l'inevitabile fase di rodaggio, il mondo interiore di Jeff Jones si rivela in tutta la sua originalità. Il paragone più di sovente utilizzato, e in fin dei conti il più spontaneo, è con lo Zen. I testi di Idyl tendono infatti a sabotare i comuni processi logici, spiazzando a più riprese il lettore con qualcosa di veramente difficile da definire o categorizzare. Anche l’impostazione del disegno sembra del resto voler richiamare la stessa filosofia: macchie nere che affiorano come dal vuoto, rappresentato da un dominante sfondo bianco. La differenza con Bodé è che in Jones la spiritualità non diventa mai il soggetto esplicito della tavole, ma rimane sempre qualcosa di solo intuibile in sottofondo. E National Lampoon non era certo una rivista che favoriva l’impalpabile e il non detto.
Lo stesso Jeff Jones ha ricordato in un’intervista del 2001 come stavano le cose.
L’art director e un redattore venivano a trovarmi ogni mese con un’espressione perplessa, e ogni volta mi ricordavano che National Lampoon era una rivista umoristica. «Finché ridi tu…» finivano per concludere. E io andavo avanti a ridere mese dopo mese. Ma devo anche ammettere che amo disegnare le donne nude.

Si può quindi tranquillamente affermare che in quel periodo Idyl fosse, tra le cose per cui lui veniva pagato, ciò che di più vicino a quel che voleva veramente fare Jeff Jones avesse a disposizione. Poteva scriversi i testi come voleva, e disegnare quel che più ambiva disegnare: le donne nude. Queste ultime erano centrali anche in Jones Touch, d'accordo, ma c'era una differenza: su Swank Jeff Jones era obbligato a parlare di sesso. E lui non era Bodè.

Il 1972 lo si può in ogni caso considerare a pieno titolo l'anno in cui il personalissimo universo interiore dell'artista Jeff Jones esce per la prima volta veramente allo scoperto. Lo testimoniano, oltre a Idyl, le due sofisticate copertine da lui realizzate per i numeri 199 e 200 di Wonder Woman, pubblicati nei mesi di aprile e giugno. Il "tocco di Jones" vi è perfettamente riconoscibile.




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L'illustrazione in alto sotto il titolo è: Jeff Jones, Spring in Gold (detail).



Commenti

  1. Che belle le copertine per Wonder Woman *__* E magnifica l'immagine iniziale... :O

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    1. Non posso che condividere i tuoi giudizi, Glò :-)
      E magari aggiungere che, dal punto di vista materico, l'immagine in alto ha molti punti di contatto con la pittura del grande Andrew Wyeth.

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  2. Condivido, un tratto davvero raffinato. Il disegno è una nobile arte, assai più dello scrivere.

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    1. Ognuna delle due ha i suoi esclusivi vantaggi, Ariano, oltre che i suoi particolari piaceri e tormenti. Però ammetto che il disegno un po' mi manca -_-

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  3. Mitico Jeff Jones, non sapevo che avesse firmato delle copertine per Wonder Woman, mi perdo sempre a leggere questi tuoi post. Cheers

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    1. Due copertine adatte a lui per due storie fuori dai canoni, Cassidy.
      Ti ringrazio e ti dico che anche io amo perdermi in questo tipo di post, mentre li redigo ^_^

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  4. Anche a me piace moltissimo l'immagine iniziale, i colori sono setosi e fluidi, davvero sensuale la figura. Mi piace anche molto Junkwaffel #4 firmata dai due artisti.

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    1. Non era certo facile armonizzare tra loro due stili così diversi come quelli di Jones e Bodé. Il risultato è un essere grottesco che non sembra poi così contento di essere venuto al mondo :D

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