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Breve guida illustrata ad alcuni luoghi artificiali della letteratura e dintorni /2




Se con la prima parte di questo mio articolo sui luoghi artificiali nella letteratura e nell’arte avevo spaziato in lungo e in largo, in questa seconda seguo un movimento inverso, centripeto. I luoghi sono sempre due - la città e l’albergo – ma racchiusi stavolta in una sola opera: Il tempo ritrovato, ultimo dei sette volumi in cui è suddiviso, per pure ragioni editoriali, il romanzo Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust. Per essere più precisi, li ho rintracciati in una parte del volume compresa tra la pagina 112 e la pagina 180 (dell'edizione BUR del 1994, nella traduzione di M.T. Nessi Somaini). E poiché i vari estratti che ho selezionato si intrecciano tra loro al punto da comporre un'unica trama, non mi è neanche possibile in questo caso separare tra loro i due luoghi e presentarli in due sezioni distinte.
Inoltre, così come nella prima parte dell'articolo mi ero sovrapposto a The Obsidian Mirror nella scelta del ponte, stavolta la sovrapposizione è doppia: con Il Manoscritto del Cavaliere (da cui è partita l'idea) per la città, con Il blog di Ariano Geta per l'albergo. Sebbene, in questo secondo caso, l'attenzione mia e di Ariano si sia soffermata su due differenti funzioni di questo affascinante luogo artificiale, entrambe senza dubbio rappresentate innumerevoli volte sia in letteratura che in altri ambiti artistici.


* * *


Luoghi 3 e 4: La città e l'albergo - Il tempo ritrovato di Marcel Proust

«La donna avrà Gomorra
e l’uomo avrà Sodoma.»

Con questa "profezia" di Alfred de Vigny si apre il quarto libro di Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust: Sodoma e Gomorra. Dove, precisa Proust, appaiono per la prima volta gli uomini-donne, discendenti da quelli fra gli abitanti di Sodoma che furono risparmiati dal fuoco del cielo.
Le discendenti di Gomorra sono invece presenti fin dal primo dei sette volumi, fin dalla scena, celeberrima, in cui un giovanissimo Marcel assiste, attraverso una finestra aperta, a quel che avviene nella casa di Madamoiselle de Vinteuil, tra lei e una sua amica. Scena forse tra le più forti della letteratura, che ha anche garantito a Proust un posto tra gli autori del male nella rassegna curata da Georges Bataille nel suo La letteratura e il male (gli altri scrittori in elenco sono Emily Brontë, Charles Baudelaire, Jules Michelet, William Blake, de Sade, Franz Kafka, Jean Genet).

Proust si era in realtà posto fin dall’inizio il problema della scabrosità di varie parti della Recherche, ma aveva concluso che si sarebbe astenuto da ogni censura, pena l'alto tradimento nei confronti di se stesso e della sua opera. Una delle conseguenze di questa sua astensione fu proprio l’aumento esponenziale, da un certo punto in avanti, del numero dei discendenti di Sodoma e Gomorra nelle pagine della sua grande opera. Si insinuano gradualmente, nella Parigi fisica, due altre città, immateriali e invisibili: Sodoma e Gomorra, appunto. A fondarle non è la pietra o il cemento, bensì l’accordo segreto e sotterraneo che gli abitanti dell’una e dell’altra intessono tra loro per attrazione spontanea. In un crescendo all’apparenza senza fine, gran parte dei protagonisti della Recherche sembrano ubbidire – o sono comunque fortemente sospettati di farlo, man mano che gli indizi a loro carico si accumulano – alle parole di de Vigny e convogliano istintivamente verso le due città invisibili annidate nel cuore della città materiale. Gomorra domina soprattutto La prigioniera e La fuggitiva, i due volumi immediatamente successivi a Sodoma e Gomorra, che hanno al loro centro la figura di Albertine, fidanzata di Marcel ed ex fanciulla in fiore. Mentre nella prima metà de Il tempo ritrovato, volume settimo e ultimo, torna prepotentemente alla ribalta Sodoma. E se l’emblema di Gomorra è Albertine, dalla parte di Sodoma questa funzione di rappresentanza sembra affidata al barone M. de Charlus, della atavica stirpe dei Guermantes, i cui membri tanto spazio occupano nel capolavoro proustiano. Uomo di mondo, e quindi inevitabilmente superficiale, ma anche amico leale e generoso, oltre che “uomo di immaginazione e di spirito”, M. de Charlus si rivela, fin dalla sua apparizione e lungo tutto il resto della Recherche, capace di discorsi fiume che catturano e ipnotizzano tanto i suoi ascoltatori nella creazione letteraria quanto il lettore in carne e ossa.

Proust aveva in realtà scritto molto presto il finale della Recherche, subito dopo il racconto della sua infanzia a Combray che occupa la prima metà del primo volume dell’opera, Dalla parte di Swann, perché temeva di non vivere abbastanza a lungo da arrivare ad apporre la parola fine al suo lungo racconto. In tal modo sarebbe stato almeno chiaro dove tendevano tutti i suoi sforzi: all’esplicazione dell’esercizio della memoria involontaria. Le parti de Il tempo ritrovato che descrivono la Parigi sotto minaccia della guerra sono quindi state aggiunte da Proust in fase di revisione, negli anni immediatamente precedenti la sua morte. Anche qui, come un po’ in tutta la Recherche, trapela forte l’elemento autobiografico, perché Proust, come il suo alter ego letterario, vagava veramente di notte nelle strade di Parigi durante il coprifuoco, come a voler sfidare la morte che poteva colpirlo dall’alto in ogni momento.
E se lo scrittore Proust si era ormai segregato da anni in una stanza foderata di sughero, l’altro Marcel, quello della finzione narrativa, altrettanto cagionevole di salute del suo autore, aveva lasciato nello stesso tempo Parigi per rinchiudersi in un sanatorio. Da là fa due ritorni successivi nella capitale, nel 1914 e nel 1916.


Opera d'arte abbinata n. 1:
Maximilien Luce, Rue Ravignan, Paris (1893)


Scopriamo così una Parigi finora inedita, immersa in una quasi totale oscurità a causa della minaccia dall’alto dei Gotha tedeschi, a più riprese trasfigurata da Proust, nello sguardo del protagonista della Recherche, in senso orientaleggiante. In particolare la sera del 1916 in cui Marcel si imbatte per caso in Monsieur de Charlus.
Come nel 1815 era un susseguirsi di uniformi, le più disparate, delle truppe alleate, e tra di esse i rossi pantaloni alla zuava degli africani e i bianchi turbanti degli indiani bastavano perché io facessi, di quella Parigi in cui stavo passeggiando, tutta un’immaginaria città esotica, in un Oriente insieme minuziosamente esatto per ciò che concerneva i costumi e il colore dei visi, arbitrariamente chimerico per ciò che concerneva lo sfondo, così come Carpaccio aveva fatto, della città in cui viveva, una Gerusalemme o una Costantinopoli ammassandovi una folla la cui meravigliosa varietà di colori non era meno intensa di questa. Vidi, mentre camminava dietro due zuavi che parevano non interessarsi affatto a lui, un uomo grande e grosso, con un feltro molle e avvolto in una lunga palandrana, al cui volto violaceo esitai se attribuire il nome di un attore o di un pittore ugualmente noti per innumerevoli scandali sodomitici. Ero certo, in ogni caso, di non conoscere quel passante, per cui fui molto sorpreso, quando il suo sguardo incrociò il mio, di vedere sul suo viso un’aria imbarazzata e come l’intenzione di volersi espressamente fermare, poi venire verso di me come chi voglia mostrarsi che non lo sorprendete affatto mentre sta abbandonandosi a un’occupazione che avrebbe preferito tenere segreta. Mi chiesi per un attimo chi fosse colui che mi salutava: era M. de Charlus. Si può dire che in lui l’evoluzione del suo male, o la rivoluzione del suo vizio, era giunta a quel limite estremo per cui l’esigua originaria personalità dell’individuo, le sue ancestrali qualità, sono completamente eclissate dal passaggio, di fronte a esse, del difetto o del male che le accompagnano. M. de Charlus si era allontanato da se stesso a tal punto, o piuttosto ciò che era diventato era talmente impresso sulla sua faccia come una maschera, cosa del resto che non succedeva soltanto a lui ma era comune a molti invertiti, che, al primo momento, l’avevo scambiato per un altro di loro che non fosse M. de Charlus, non fosse un gran signore, né un uomo di immaginazione e di spirito, la cui unica somiglianza con il barone fosse quell’aria comune a tutti loro e che ora in lui, almeno prima di averlo osservato attentamente, lo avvolgeva completamente.

Anche stavolta de Charlus non manca di intrattenere a lungo Marcel con uno dei suoi discorsi fiume, incentrato sulla guerra in corso e sulle sue conseguenze sui salotti mondani di Parigi. Poi, subito prima della loro separazione, Marcel si lascia di nuovo pervadere dalle suggestioni dell'Oriente e leggiamo di una nuova trasfigurazione della città:
La notte era trasparente e senza un refolo di vento; immaginavo che la Senna, scorrendo entro il cerchio formato dalle arcate dei suoi ponti e dal loro riflesso, dovesse assomigliare al Bosforo. E, simbolo sia di quell’invasione che preconizzava il disfattismo di M. de Charlus *, sia della cooperazione dei nostri fratelli musulmani con le armate francesi, la luna ricurva e sottile come uno zecchino sembrava mettere il cielo di Parigi sotto il segno orientale della mezzaluna.

Il vecchio barone, nel frattempo, ha già iniziato a congedare il suo più giovane amico. Ma è paralizzato dalla vista di un senegalese di passaggio, che per un singolare gioco di empatia risveglia anche in lui una visione d’Oriente:
«Non vi sembra che là dentro sia rinchiuso tutto l’Oriente di Decamps, di Fromentin, d’Ingres, di Delacroix?» mi disse [de Charlus], ancora paralizzato dal passaggio del senegalese. «Io mi interesso alle cose e agli uomini solo da pittore e da filosofo. D’altronde sono troppo vecchio. Peccato però che per completare il quadro uno di noi due non sia un’odalisca.»


Opera d'arte abbinata n. 2:
Vincent van Gogh, Nuit étoilée sur le Rhône (1888)


Ma non è l’Oriente di Decamps o Delacroix a ossessionare l’immaginazione di Marcel, bensì quello, da lui amatissimo, delle Mille e una notte. Lasciato de Charlus, acconsente a perdersi nel reticolo delle strade buie di Parigi e si immedesima nelle gesta del califfo Harun-el-Raschid in cerca di avventure nei quartieri malfamati di Bagdad. Finché non si accorge che il gran caldo e la lunga camminata gli hanno messo sete. Ma i bar a quell'ora sono tutti chiusi e poiché i rari taxi che incontra, “guidati da negri o da levantini”, non si fermano ai suoi segnali, non può neanche rincasare velocemente. L’unica alternativa sarebbe trovare un albergo, ma come la maggioranza dei negozi, anche gli alberghi sono tutti chiusi a causa della guerra. O forse non proprio tutti…
Si sentiva che la miseria, l’abbandono, la paura abitavano l’intero quartiere. Fui quindi molto sorpreso quando vidi che tra quelle case abbandonate ce n’era una in cui, al contrario, la vita sembrava aver sconfitto la paura e il fallimento, conservando l’attività e la ricchezza. Dietro le imposte chiuse di ogni finestra, la luce abbassata, secondo le norme in vigore, rivelava tuttavia un’assoluta noncuranza di economia. E a ogni istante la porta si apriva per lasciar entrare o uscire qualche nuovo visitatore. Era un albergo che doveva suscitare l’invidia di tutti i commercianti vicini (a causa del denaro che dovevano guadagnare i suoi proprietari); e suscitò anche la mia curiosità quando ne vidi uscire rapidamente, a una quindicina di metri da me, troppo lontano quindi perché io potessi riconoscerlo nell’oscurità profonda, un ufficiale.

Ma come chiarirà il seguito del brano, tutto lascia pensare che Marcel conosca molto bene quell’ufficiale, sebbene faccia fatica ad accettare che quello appena uscito da un albergo tanto modesto sia davvero il suo amico e militare in carriera Saint-Loup.
Mi ricordai, senza volerlo, che Saint-Loup era stato ingiustamente coinvolto in un affare di spionaggio, in quanto il suo nome compariva nelle lettere trovate addosso a un ufficiale tedesco. Le autorità militari gli avevano reso pienamente giustizia. Ma, mio malgrado, accostai quel ricordo a quel che vedevo. Quell’albergo, per caso, era forse un luogo d’appuntamento per spie?

Alla grande sete si aggiunge così in lui una curiosità mista a inquietudine, per cui Marcel decide di approfittare dell’occasione per soddisfare entrambi i bisogni. E sale la scaletta di pochi gradini che separa l’albergo dalla strada,
…in cima alla quale una porta era aperta, probabilmente per il gran caldo, su una specie di vestibolo. Credetti in un primo momento che non avrei potuto soddisfare la mia curiosità perché, dalla scala dove restavo in ombra, vidi entrare per chiedere una camera parecchie persone alle quali veniva risposto che non ce n’era nessuna a disposizione. Ma pensai che l’unica ragione di quel rifiuto risiedesse nel fatto che quelle persone non dovevano far parte del nido di spie, perché essendosi poco dopo presentato un marinaio, gli venne senza indugio assegnata la camera 28. Riuscii a scorgere, senza essere visto grazie all’oscurità, alcuni soldati e due operai che chiacchieravano tranquillamente in una stanzetta soffocante, pretenziosamente adorna di ritratti a colori di donne, ritagliati da giornali o da riviste illustrate.

Marcel, dall’ombra, ascolta gli uomini parlare tra loro senza trovare nulla di troppo interessante in quel che si dicono, almeno fino al momento in cui la conversazione non comincia a vertere sul pestaggio a sangue di qualcuno immobilizzato con delle catene.
Se erano stati rimandati indietro dei tranquilli borghesi non era perché quell’albergo era soltanto un covo di spie. Un crimine atroce stava per esservi consumato, se non si fosse arrivati in tempo per sventarlo e far arrestare i colpevoli. Eppure tutto questo, in quella notte tranquilla e minacciata, serbava un’apparenza di sogno, di favola, e, con la fierezza di un giustiziere e la voluttà di un poeta, entrai espressamente nell’albergo.

Marcel chiede quindi che gli sia servito qualcosa da bere e messa a disposizione una camera per la notte. All’arrivo del padrone dell’albergo, dopo una breve trattativa, viene accontentato.
Quasi subito mi fecero salire nella camera 43, ma l’atmosfera era così sgradevole e la mia curiosità così grande che, bevuto il mio cassis, ridiscesi le scale, poi colto da un’altra idea risalii e, superato il piano dove era la camera 43, raggiunsi l’ultimo. D’un tratto, da una stanza isolata in fondo al corridoio, mi parve provenissero dei lamenti soffocati. Mi diressi deciso in quella direzione e accostai l’orecchio alla porta: «Vi supplico, grazia, grazia, pietà, slegatemi, non picchiate così forte!» diceva una voce. «Vi bacio i piedi, mi umilierò, non lo farò più, abbiate pietà!» «No, vecchio sporcaccione» rispose un’altra voce «e giacché gracchi e ti trascini in ginocchio verrai legato al letto, nessun pietà!», e udii gli schiocchi di un nerbo, probabilmente irto di chiodi, poiché fu seguito da grida di dolore. Allora mi accorsi che c’era in quella camera, di lato, un oblò su cui avevano dimenticato di tirare la tendina; camminando in punta di piedi, nell’ombra, scivolai fino a quell’oblò, e là, incatenato sul letto come Prometeo alla sua roccia, sotto i colpi che Maurice** gli infliggeva con un nerbo effettivamente irto di chiodi, vidi, già tutto coperto di sangue e di ecchimosi, che provavano che quel supplizio non veniva inflitto per la prima volta, vidi davanti a me M. de Charlus.

Lo stesso M. de Charlus che poco prima aveva confidato a Marcel di interessarsi ormai “alle cose e agli uomini solo da pittore e filosofo”.


* * *


Note al testo

* Nel profondo germanofilo suo malgrado, a causa di un ramo della sua ascendenza.

** Semplicemente un dipendente dell’albergo, e uno dei conversatori presenti nel vestibolo all’arrivo di Marcel.

* * *

L'immagine in alto sotto il titolo è: Lucien Levy-Dhurmer, Fuochi d'artificio a Venezia (1917, part.).

Commenti

  1. Eh, ma cene sarebbero da dire, su città e alberghi.
    Anche nel fantasy.
    Le descrizioni che hai riportato sono tra il vivido e l'oscuramente poetico.
    Insomma, sembra una città trasfigurata dall'alone della morte, quasi come i luoghi di Poe, ma non è una sensazione negativa.

    Moz-

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    1. Le città soprattutto sono un'infinità nella letteratura e nella pittura. Da quelle della geografia reale a quelle immaginarie di Lovecraft e King.
      Mi piace molto la frase "tra il vivido e l'oscuramento poetico". Rende benissimo l'idea :-))

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  2. Ho trovato il post incantevole. Per la prima volta mi è venuta davvero voglia di leggere Proust (poi ho pensato alla mole e ancora una volta è scattato il "magari più avanti"). Sai trasmettere l'entusiasmo per ciò che ti emoziona.

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    1. Con i miei ritmi, non da corridore, e alternandoli con altri libri, ho impiegato a suo tempo circa quindici mesi per completare la lettura di tutti e sette i volumi. Facci un pensierino ;-))
      Un super grazie per le splendide parole che mi hai riservato in questo commento, Cristina :-))

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  3. Ma insomma, oggi non faccio in tempo a girarmi che grandinano award e meme in grande quantità! ;-) Grazie per questa seconda parte del meme sui luoghi artificiali e per la menzione.

    Della Recherche, uno dei personaggi che mi era rimasto più impresso era proprio quello di M. Charlus. Un personaggio decadente e, nello stesso tempo, gigantesco come un Orson Welles letterario. Le pagine sulla Parigi notturna sono un crisantemo in decomposizione, che sembrano emanare un profumo di morte. Proust riesce a fare quest'effetto anche senza cospargere nessun filtro sulle pagine. Un altro aspetto che mi impressiona sempre, nel leggere questi autori francesi di fine Ottocento-inizio Novecento, è di quanto sia densa e ricca di rimandi la loro scrittura.

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    1. Però, che commenti carichi di poesia mi riservate quest'oggi. L'analogia tra la Parigi notturna descritta da Proust e un "crisantemo in composizione" è davvero notevole.

      E de Charlus è proprio un personaggio che ti entra nel cuore, per la sua umanità così fragile, in contrasto con lo status sociale elevato e l'imponenza fisica.

      Grazie a te per il commento, Cristina. E per l'idea di partenza che mi ha permesso di parlare di cose che altrimenti non avrei saputo come collocare nel mio blog.

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    2. ... e ora ho appena inserito anche il link di questa seconda parte nell'elenco dei partecipanti. A presto.

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    3. Grazie mille! A presto :-)

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  4. Il post merita davvero Ivano ma, scusami tanto, Proust non fa ancora per me

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    1. Grazie Patricia! In alternativa puoi sempre ripiegare su Pallust, no? ;-)

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  5. Che ricchezza questo post! *__*
    Con la Recherche sono ferma da troppo tempo, anzi poche settimane fa avevo pensato di ricominciare a leggere... vedremo!
    Sarei tentata di partecipare a questi strepitosi "meme", ma non è un buon momento per me, tra stanchezza e mancanza di tempo: così intanto mi delizio con queste belle prove *__*
    I dipinti sono splendidi, veramente magici per atmosfere.
    Grandissimo Ivano! ^^

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    1. "Altissimo Ivano!", piuttosto... come direbbe Massimiliano :-)
      Secondo me il miglior modo per non farsi sconfiggere dalle difficoltà oggettive delle Recherche è alternarla a letture più leggere. Ricordo che per un periodo io l'ho letta in parallelo a "IT" di Stephen King.
      Grazie per le belle parole, Glò. E attendiamo fiduciosi il prossimo "consiglio" di Cristina :-)

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  6. Qui si conferma il raggiungimento delle vette altissime che sei capace di raggiungere con i tuoi post.

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    1. Ullallà, che complimentone. Grazie Massimiliano!
      E ritorna il tema dell'altissimo (vedi commento precedente) ;-)

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  7. Quanti aspetti può assumere una città, qui Parigi appare oscura e inquietante, ben scelte le immagini.

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    1. Una città in stato di guerra in questo caso. Ma Proust evoca anche, per compensazione, atmosfere da Mille e una Notte. E fa una certa impressione, data l'attuale situazione geopolitica, sentir parlare in termini estatici di Parigi sotto il segno della mezzaluna araba.
      E grazie per apprezzare la mia scelta delle immagini, Giulia. Sembrano anche a me evocative delle stesse atmosfere :-)

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  8. Ho avuto la stessa tentazione di Tenar, quella di leggere Proust, cosa che mi ha sempre spaventata, a dire il vero. Ma qui hai colto delle sfumature che mi hanno davvero incuriosito: forse,come suggerisci tu, a piccole dosi, mi imbarcherei in questa avventura. Parigi, tetra e misteriosa, è molto affascinante e il quadro della città è davvero suggestivo.

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    1. E' un'avventura che ovviamente consiglio di intraprendere anche se forse non è proprio per tutti. Comunque si ponga la questione - classici o non classici - il fattore gusto rimane comunque ineliminabile. Tu parti tuttavia sicuramente avvantaggiata, dal momento che prediligi la lettertura "mainstream" a quella di genere.
      Grazie del commento e buona (eventuale) avventura :-))

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  9. Molto bello, straordinariamente evocativo, però a me ha fatto l'effetto opposto rispetto a Tenar: ha accresciuto ancora di più la mia "paura" a leggere Proust. Quando ogni singola frase, ogni isolato paragrafo hanno già da soli una tale intensità narrativa ed evocativa, trattandosi di un'opera così monumentale, oddio, non so se riuscirei a portare avanti la lettura. Temo che finirei col sentirmi schiacciato sotto qualcosa di troppo vasto per le mie possibilità, come mi è già successo con "L'idiota" di Dostoevskj.

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    1. Penso che con questo tuo intervento, caro Ariano, hai messo per esteso quel che intendevo nella risposta al commento precedente dicendo che non è un'avventura proprio consigliabile a tutti la lettura della Recherche. Per più di uno potrebbe davvero essere un'esperienza schiacciante come dici.
      E da quel poco che ho letto di citato, non faccio nessuna fatica a credere che "L'idiota" possa esserlo altrettanto.

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  10. Come altri qui sopra, sai davvero farmi venire voglia di cimentarmi nella lettura di questa mastodontica opera. La verità è che non è questa l'unica mia grande lacuna e gli anni a mia disposizione si vanno assottigliando...

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    1. Ti capisco caro Obsidian. Penso anch'io alle mie innumeri lacune, molte delle quali rischio di non fare in tempo a colmare. Per dirne una, l'Ulisse di Joyce che continua a tentarmi da uno scaffale della mia libreria...
      Grazie e a presto rileggerti :-))

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  11. Seguo il medesimo pensiero di altri: fai venir voglia di leggere la Recherche. Questa immane opera monumentale spaventa e attrae allo stesso tempo. Molto interessanti i passaggi riguardanti la tua ricerca di opere d'arte che sembrino ricalcare i luoghi della serie di romanzi. In sostanza, la tua è una ricerca nella ricerca. :)
    Una domanda: leggere questa colossale opera di Proust obbliga a una certa continuità oppure la si può leggere considerando ogni romanzo una porzione a sé? Se mi decido, non vorrei infilarmi nella lettura e restare vincolata ai sette volumi uno dopo l'altro. Magari sarebbe bello continuare il percorso in modo più flessibile.
    P. S. Grazie della posizione in cui campeggia il Chaplin Award!

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    1. Il merito dell'idea va in realtà a Cristina del blog Il Manoscritto del Cavaliere e al suo progetto dei "vasi comunicanti" a cui tutti sono invitati a partecipare. Siamo già in quattro o cinque piuttosto assidui nonostante l'impegno che richiede preparare i post.
      Riguardo alla tua domanda: penso che la Recherche si possa tranquillamente accompagnare, o intervallare, con altri libri, magari meno impegnativi. Anch'io ho fatto così, nonostante spesso fossi avido di continuare la lettura. Ma mi limitavo anche perché non volevo rimanere troppo presto all'asciutto delle sue meraviglie e avrei voluto che l'opera fosse ancora più lunga di così.
      Il Chaplin Award, oltre ad avermi fatto un grande piacere, si presenta anche bene esteticamente. Penso quindi che averlo in bella vista sia un buon modo di accogliere chi arriva nel blog. Grazie e a presto, Luz!

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  12. Splendido post anche se non mi hai fatto venir voglia di leggere l'imponente opera, ma non è colpa tua: me la consigliano da quando sono nato ma non cederò mai! :-D
    Scherzi a parte, ti ho letto con gran piacere ;-)

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    1. Ragazzo fortunato, allora. Attorniato fin dalla nascita da così validi consiglieri ;-)
      Grazie mille, Lucius!

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  13. Il post merita tutta l'attenzione possibile. Impegnativa la lettura dell'opera di Proust, eppure, con la tua maestria, riesci a farci cogliere aspetti importanti in modo semplice e accattivante.

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    1. Proust è uno degli ospiti "fissi" del blog. Scompare per un po' di tempo, ma poi finisce sempre per ricomparire.
      Grazie per le tue parole di lode, Giuseppe, che incasso volentieri :-))

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