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Trilogia delle Madri /1 - Le origini: Thomas de Quincey e il Suspiria de profundis




Tra i film che ho visto più volte nella mia vita figurano senza dubbio i primi due capitoli della Trilogia delle madri di Dario Argento: Suspiria e Inferno, due pellicole che hanno il potere di solleticare come poche altre un certo mio gusto per il gotico, il misterioso e l’occulto; solleticazione che si potenzia poi in notevole misura ogni volta che a questi tre elementi si accompagnano i temi del mito e della leggenda. E poiché sono abbastanza sicuro che non tutti tra voi abbiano ben presente queste due pellicole, voglio darne un’idea generale prima di affrontarle da un altro punto di vista, più specifico e circoscritto. E voglio farlo, come specificato dal titolo del post, partendo dalle origini.

Tutto comincia con un sogno, o una visione, dello scrittore inglese Thomas De Quincey – ammiratissimo da Baudelaire e noto soprattutto per le sue Confessioni di un oppiomane – la cui descrizione è oggetto del capitolo finale di una sua opera del 1845, Suspiria de Profundis. Al centro della scena vi sono quattro figure femminili, che il titolo del capitolo presenta come Levana e le «nostre signore del dolore». E Levana è appunto la prima delle quattro a essere descritta nel testo, in questi termini:
Levana era la dea romana che esercitava per il neonato il primo ministero di nobilitante benevolenza, tipico, nel suo rituale, di quella grandezza che è dappertutto propria dell’uomo e di quella benignità delle potenze invisibili che anche nel mondo pagano scende talvolta a sostenerla. Al momento stesso della nascita, proprio quando il neonato saggiava per la prima volta l’atmosfera del nostro travagliato pianeta, esso era deposto in terra. Questo gesto si prestava a diverse interpretazioni. Ma immediatamente, affinché una così nobile creatura non restasse in quell’umile posizione più di un istante, o la mano paterna in rappresentanza di Levana, o un parente prossimo in rappresentanza del padre, lo sollevava in alto, gli ordinava di stare eretto quale sovrano di tutto il mondo e ne volgeva la fronte verso le stelle dicendo, forse in cuor suo: «Ammirate ciò che è più grande di voi!» Questo atto simbolico rappresentava la funzione di Levana. E quella dama misteriosa che non rivelò mai il suo volto (salvo a me in sogno) ma sempre agì per procura, traeva il suo nome dal verbo latino (rimasto tuttora nell’italiano) levare, sollevare verso l’alto.

Particolarità di Levana, continua De Quincey, è anche quella di essere «in intima unione con le potenze che squassano il cuore umano», un dettaglio che può sembrare in contraddizione con la natura benigna della dea fin qui esposta, ma che lo è in realtà solo a un esame superficiale della questione.
Levana vigila infatti sull’umana educazione, ma non secondo «il povero meccanismo che è messo in moto da sillabari e da grammatiche», bensì secondo «il meccanismo che è mosso dal possente sistema di forze interiori nascoste nel profondo della vita umana e che, per mezzo di passioni, lotte, tentazioni, energie della resistenza, agisce continuamente sui fanciulli e non si arresta mai né giorno né notte…». Ne deriva «quella profonda reverenza che ella (Levana) deve provare verso i mezzi del dolore» intesi come mezzi che provocano o facilitano lo sviluppo delle più elevate facoltà dell’essere umano.
È un concetto non certo nuovo. Lo ha sintetizzato a meraviglia, per esempio, un buon numero di secoli fa, il tragediografo greco Eschilo, in una strofa divenuta celebre del suo Agamennone:
Lui (Zeus) che a saggezza avvia i mortali,
valida legge avendo fissato:
conoscenza attraverso il dolore.
Invece del sonno, dinanzi al cuore goccia
l’affanno memore del male: e pur a chi non voglia
giunge saggezza. Grazia è questa degli dei
che il seggio venerando occupano saldamente.*

Così come lo esemplifica, in termini ancora più concisi, l’ancor più celebre motto senecano Per aspera ad astra.



Levana è quindi vista da Quincey conversare con tre dame, che lui nomina dapprima con il termine generico di Dolori, ma che poi sceglie, poche righe dopo, di personificare e chiamare Nostre Signore del Dolore, «tre terribili sorelle» che passa poi a descrivere con toni apocalittici.
La maggiore delle tre è chiamata Mater Lachrymarum, Nostra Signora delle Lacrime. È lei che notte e giorno delira e geme, invocando volti scomparsi… I suoi occhi sono di volta in volta dolci e astuti, intensi e assonnati; spesso si levano verso le nubi; spesso sfidano il cielo. Porta sul capo un diadema. E dai ricordi dell’infanzia sapevo che ella poteva allontanarsi sui venti quando udiva il singhiozzare delle litanie, o il tuonare degli organi o quando osservava l’adunarsi delle nubi estive. È questa sorella, la maggiore, che porta alla cintura chiavi più che apostoliche che aprono ogni capanna e ogni palazzo.
La seconda delle sorelle è chiamata Mater Suspiriorum, Nostra Signora dei Sospiri. Non scala mai le nuvole, né si allontana sui venti. Non porta diadema. E i suoi occhi, se pur qualcuno potesse vederli, non sarebbero né dolci né astuti; nessun mortale saprebbe leggere in essi la loro storia; li troverebbe pieni di sogni morenti e relitti di estasi dimenticate. Ma ella non alza gli occhi; il suo capo, su cui è posato un turbante in brandelli, è in eterno reclinato, è in eterno nella polvere. Non piange, non geme. Ma sospira impercettibilmente a intervalli… Anch’ella porta una chiave, ma ne ha poco bisogno. Poiché ella regna soprattutto fra le tende di Sem e fra i vagabondi senza casa di ogni paese. Pure ella trova albergo tra gli uomini di più alto rango; e perfino nella gloriosa Inghilterra vi sono alcuni che di fronte al mondo portano la testa alta come la renna superba, eppure in segreto hanno ricevuto il suo marchio sulla fronte.
Ma la terza sorella, che è anche la più giovane…! Ssst! Abbassiamo la voce quando parliamo di lei. il suo regno non è grande altrimenti non vi sarebbe più vita; ma dentro quel regno il suo potere è assoluto. Il suo capo, coronato di torri come quello di Cibele, si erge fin quasi a celarsi allo sguardo. Non si china mai; e i suoi occhi sollevandosi così in alto potrebbero esser nascosti dalla distanza. Ma, quali essi sono, non possono essere nascosti; attraverso il triplice velo di crespo che essa porta, la fiera luce di un’ardente sofferenza, che mai non ha posa al mattutino o ai vespri, al mezzodì o alla mezzanotte, alla marea crescente o alla marea calante, può esser veduta da terra. Ella sfida Iddio. Ella è anche la madre delle follie; l’ispiratrice dei suicidi. Molto si affondano le radici del suo potere; ma ristretto è il numero di coloro su cui domina… questa più giovane sorella si muove con moti imprevedibili, a scatti e con salti da tigre. Non porta chiavi; poiché sebbene venga di rado fra gli uomini apre a forza tutte le porte che le è permesso di varcare. Il suo nome è Mater Tenebrarum, Nostra signora delle Tenebre.

Tre sorelle che quindi sono, per il genere umano, tre Madri le cui funzioni, come si è detto, sembrano devastanti ma sono in realtà salvifiche.
Erano queste – continua De Quincey – le Semnai Theai, o Dee Sublimi, erano queste le Eumenidi o Graziose Signore (così chiamate dall’antichità in trepida propiziazione) dei miei sogni di Oxford.**



Il capitolo, e quindi il Suspiria de Profundis, termina così con un dialogo tra le tre Sorelle, il cui soggetto è lo stesso De Quincey e nella cui parte finale è svelato il senso nascosto di tanto soffrire:
Così egli sarà perfezionato nella fornace, così egli vedrà le cose che non dovrebbero essere viste, visioni che sono abominevoli, e segreti che sono inesprimibili. Così egli leggerà verità passate, verità tristi, verità grandiose, verità spaventose. Così egli tornerà a sollevarsi prima di morire. E così avremo adempiuto la missione affidataci da Dio: di tormentare il suo cuore fino a dispiegare le facoltà del suo spirito.

È questo il materiale “grezzo” su cui opera Dario Argento per realizzare la sua Trilogia delle Madri, e se da un lato lo fa da alchimista al contrario, togliendo spessore e a tratti banalizzando, dall’altro ci consegna un mare di suggestioni di rara intensità, di cui tanto si è detto ma forse non proprio tutto e per questo vale forse la pena spenderci sopra altre parole.


  • Nota: Della filmografia di Dario Argento si sta occupando in contemporanea anche Nick Parisi sul suo blog.
    Ecco il link al primo della sua serie di post:


* * *


Note e riferimenti


* Da: Tragici greci. A cura di Raffaele Cantarella; collana I Meridiani, Mondadori 1977

** È a Oxford, dove studia al Worcester College, che De Quincey fa per la prima volta esperienza, nel 1804, dell’oppio.

Tutte le citazioni di De Quincey sono tratte da: Confessioni di un oppiomane; Garzanti 1977. Traduzione di Renata Barocas

Le immagini del post sono (dall'alto in basso):
  • Sir William Blake Richmond: Electra at the Tomb of Agamemnon (1874, detail)
  • William Blake: Hecate or The Night of Enitharmon's Joy (1795)
  • Edward Munch: La donna in tre fasi o Sfinge (1894)

Commenti

  1. Gustosissimo post. Sai che De Quincey ebbe modo di ispirarsi durante un suo viaggio in Italia? In particolare durante una sua permanenza a Milano. Piccola nota a margine legata al mito di Levana: Alex Haley lo utilizza nel suo romanzo come una sorta di legame o di passaggio tra una generazione e l'altra.
    Ricordo che quando nacque il mio primo figlio (allora ero ancor più sciocco di quanto sono ora), compii quel gesto la prima notte che il mio bambino passò a casa sua. Era una bella notte con una luna meravigliosa, abitavo in campagna e c'era un silenzio avvolgente e confortante. Tra una poppata e l'altra lo alzai verso la luna e gli dissi: "ecco figlio, l'unica cosa più grande di te." La mia ex moglie ebbe conferma di essersi messa con un fuori di testa.

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    1. Grazie per l'aggiunta, Massimiliano. L'aneddoto del viaggio a Milano di De Quincey mi era noto, se ben ricordo ne ha parlato anche Obsidian in un suo post. Non così invece il particolare del romanzo di Alex Haley. Ti riferisci a Radici?
      Interessante poi che hai agito con tuo figlio su procura di Levana. Non è detto che non abbia funzionato. E se questo post ti è sembrato gustosissimo aspetta di vedere gli altri (sempre che escano fuori come li ho in mente, il che non è detto).
      Ancora grazie e a presto :))

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    2. Che memoria Ivano! Quasi non me lo ricordavo nemmeno io quel vecchio post scritto addirittura nel 2011... che poi, tra l'altro non era nulla di speciale... solo uno di quei tanti post di cui, dopo tanti tempo, un po' mi vergogno per via dell'ingenuità che si respira (ero un blogger alle prime armi, e si vede).
      Curioso però che quel vecchio post sia ancora nella top-10 dei più visitati di sempre, e che chiavi di ricerca come "le tre madri" o "ma è davvero esistito l'architetto Emilio Varelli?" continuino a portare traffico che, in fondo in fondo, non desidero.

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    3. PS. Ricordo anch'io benissimo le parole di Kunta Kinte. Massimiliano, sei un grande!

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    4. PS2: Sono andato a controllare... Mi ricordavo male: in quella scena Kunta era il neonato.

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    5. Sì Ivano, come ricordava anche Tom si tratta di Radici. Nel bene o nel male è un romanzo che ha segnato l'immaginario di quegli anni. Per il resto questi sono il genere di approfondimenti che mi piacciono tanto, devo dire che tra te e il blog di Obsidian Mirror c'è da sbizzarrirsi, vorrei occuparmene anche io ma le mie conoscenze sono frammentarie, per cui mi godo il comodo ruolo di discente.

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    6. @ Obsidian
      Il tuo post su De Quincey l'ho letto molto dopo il 2011, visto che il tuo blog l'ho conosciuto solo dopo l'estate del 2013. Rileggendolo ora, è vero che manca ancora del "tocco Obsidian", ma è la stessa sensazione che ho io se rileggo i post del mio primo blog (che per fortuna non è più online). Un po' di gavetta è necessaria e i margini di miglioramento probabilmente non finiscono mai.
      Consolante in ogni caso sapere che l'argomento tira... del resto è affascinante come pochi altri.

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    7. @ Massimiliano
      Puoi sempre passare dai post "inutili" ai post "frammentari". Magari come risultato ne escono i post più esaustivi e dettagliati in circolazione su un determinato argomento ^_-

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  2. Anche se sono dei capisaldi del cinema italiano, confesso di non aver visto nessuno di quei film di Argento, e visto il sostrato letterario che stai delineando attorno a essi mia sa proprio che dovrò recuperare il tempo perso...
    De Quincey l'ho letto indirettamente, nel senso che ho letto "I paradisi artificiali" di Baudelaire in cui il poeta francese racconta, sintetizzandoli, interi capitoli delle 'confessioni' di De Quincey.

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    1. Notevole eh, Ariano, il Suspiria de Profundis. E' la seconda volta che lo utilizzo nel blog. La prima volta mi era servito per illustrare il tema bataillano della Sovranità nell'infanzia.
      I Paradisi artificiali di Baudelaire anche. L'ho letto circa quarant'anni fa perché ricordo bene che andavo ancora al liceo, poco dopo la fine del "periodo fantascienza".
      Riguardo alla Trilogia è un bel vedere, anche se certo il terzo film non è all'altezza dei primi due. Inoltre Argento ha saputo davvero far risplendere le stelle coinvolte, Jessica Harper e Stefania Casini in Suspiria e Eleonora Giorgi in Inferno.

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  3. Post bellissimo! *__* Per me un approfondimento interessante, visto che non amo particolarmente Argento e i suoi film :P

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    1. Grazie Glò! *__*
      Ma non apprezzi neanche un gioiello come Suspiria?

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    2. Non so, mi mette ansia e basta... Poi che sia un ottimo regista e che i film (tutti o alcuni) siano gioielli, è altra questione. Cioè se guardo film simili rimango per tutto il tempo sbigottita XD

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  4. Suspiria e Inferno sono i miei film preferiti di Dario Argento, a sua volta uno dei miei registi preferiti di sempre (stendendo un velo sulle sue ultime produzioni...).
    Spinto dalla visione di questi capolavori avevo cercato qualche riferimento "storico" o letterario, ma sono ancora pieno di lacune che, sono certo, questi tuoi splendidi articoli colmeranno :)
    Attendo con ansia i prossimi.

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    1. La mia intenzione, Orlando, è quella di dare prima un panorama generale, ma poi concentrarmi esclusivamente su alcuni dettagli specifici dei film. Comunque, come sempre, mi affido all'onda e mi lascio trasportare.
      Riguardo agli ultimi film di Argento, ti dirò che io ho preferito di gran lunga il suo adattamento di Dracula rispetto a quello di Coppola e di altri. L'ho scritto e non ritratto ;-)
      Grazie per il gradimento del post!

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  5. Che bello questo "dietro le quinte" di tre film che io ho amato, in gioventù. Dario Argento era il mio regista preferito e la trilogia delle madri un capolavoro. Questi approfondimenti aggiungono un tocco in più ai miei ricordi. Un po' adesso confondo le trame, per cui anche se alcune scene sono indimenticabili, non so più dire a quale dei tre episodi appartengano. Lo sai che i miei figli sono nella fase in cui sono incuriositi dai film dell'orrore e io racconto sempre loro proprio questi sulle tre madri?

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    1. Cavolo, Marina, mi accorgo solo oggi di questo tuo bel commento. Non avevo idea di questa tua passione. Sono d'accordo sul definire capolavori i primi due film della trilogia, un po' meno bello ho trovato La terza Madre, sebbene un film sulle Madri non possa mai dispiacermi al 100%. A proposito, sai che Dario Argento, è proprio adesso al lavoro su un nuovo progetto filmico sulle Tre Madri?

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  6. "Confessioni di un oppiomane" l'avevo letto da cima a fondo per documentarmi sugli effetti dell'oppio, che sono davvero spaventosi a determinati stadi. Veneravo Baudelaire da adolescente.

    Invece, come ho già detto da qualche parte, ho visto pochissimi film horror, e quei pochissimi con molta riluttanza. Di Dario Argento comunque ho visto "Profondo Rosso" e "Tenebre", però non so se si possono definire horror. Forse più di genere thriller?

    Il gesto di sollevare il bambino verso il cielo ricordo di averlo visto in alcuni film sui Romani, ma non sapevo se fosse corretto e a che cosa fosse legato. Pensavo fosse solo una sorta di riconoscimento di paternità. Grazie per questo post così interessante (come sempre)! :-)

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    1. La differenza fondamentale tra i film della Trilogia delle Madri e gli altri di Dario Argento è la presenza, nella Trilogia, dell'elemento sovrannaturale, assente, se non sbaglio, in tutti gli altri suoi film (a parte, ovviamente, Dracula). E devo aggiungere, ma qui entriamo nel gusto personale, che i primi due capitoli della Trilogia sono i suoi due film più affascinanti e riusciti.

      Grazie a te per apprezzare così tanto il mio lavoro! Come ben sai, la stima è reciproca ^_^

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