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Solve et Coagula - Nota al capitolo 3:
Il libro posseduto da Dioniso /2




Così si esprime lo scrittore ed editore Roberto Calasso, in uno dei suoi tanti scritti dedicati al mito:
Dioniso pose piede in Germania dopo una lunga assenza dall'Europa, che durava dai tempi della Firenze di Pico e di Ficino, di Poliziano e di Botticelli, dove era stato adorato come dio dei misteri e del divino delirio. A fondare il suo culto era bastata allora una frase di Platone, netta e tagliente: "La follia è superiore alla temperanza (sophrosýnē), perché questa ha un'origine solamente umana, quella invece divina". Ben più timida, ben più castigata era la Germania del primo Ottocento...*

Si dovette attendere, appunto, Nietzsche.

Nicolas Poussin - Bacchus et Erigone
National Museum - Stockholm
Lo stesso filosofo abbandonerà però, nel giro di pochi anni, il solco che aveva tracciato con la Nascita della tragedia. Si sottrarrà all'influenza di Schopenauer e Wagner, abbandonerà ogni illusione sulla possibilità di una rinascita del mito dionisiaco nella collettività tedesca, e darà inizio, con Umano troppo umano, alla fase "illuminista" del suo pensiero (oltre che alla sua carriera di apolide).
Dioniso rimarrà per tutto questo periodo nell'ombra, ma non mancherà di riaffiorare poi nelle vesti di Zarathustra. E da quel momento in avanti sarà destinato ad accompagnare, nelle vesti di "Dioniso filosofo", il suo discepolo con il martello per tutta la durata del suo "esperimento" - fino all'esito finale che sarà, com'è noto, la catastrofe.


1. La comunità impossibile


Tornando adesso al libro di Donna Tartt, gli echi nietzscheani appaiono indubbiamente molteplici. Per esempio, la descrizione che la scrittrice fa, attraverso la voce narrante di Richard Papen, dei cinque studenti che formano la cerchia di eletti dell'insegnante e vate Julian Morrow riecheggia chiaramente certi tratti del superuomo nietzscheano:
... pur diversi tra loro com'erano, condividevano una certa freddezza, un crudele, manierato fascino non del mondo moderno, spirante bensì uno strano gelido fiato proveniente dal mondo antico: erano creature magnifiche; quegli occhi, quelle mani, il loro aspetto...
Leonardo da Vinci
San Giovanni Battista-Bacco
Musée du Louvre, Paris
In compenso, la seconda delle due parti di cui si compone il romanzo si apre con un'altra citazione, stavolta da I greci e l'irrazionale di Dodds:
Dioniso [è] maestro di illusione, colui che sa far crescere una vite da un legno di nave, e in generale rende capaci i suoi devoti di vedere il mondo come non è.
E dubito molto che Nietzsche avrebbe sottoscritto una simile affermazione. Quel ruolo avrebbe potuto semmai spettare ad Apollo, dio dell'abbellimento estetico della realtà (anche se i due dei si confondono spesso e volentieri nei loro ruoli).
Se di illusione qui si deve parlare, è piuttosto quella del maestro Julian, che fu all'inizio anche quella di Nietzsche: l'illusione che sia possibile creare qualcosa di unitario - un legame, una comunità di esseri - attorno alla figura di Dioniso che è in realtà un dio del dissolvimento, che smembra. (Le tessitrici sono sue nemiche, ci informa ancora Calasso nella sua opera più famosa e ispirata: Le nozze di Cadmo e Armonia. Dioniso possiede, fugacemente, e abbandona: Ampelo, Pallene, Aura, Erigone, Arianna...

Ed è ancora sulla bocca di Julian, che riecheggiano le parole di Platone riportate da Calasso nella citazione in alto nella pagina:
Bellezza è terrore... cosa potrebbe essere più terrificante e bello, per anime come quelle dei greci o le nostre, che perdere ogni controllo? Strapparsi di dosso le catene dell'essere, frantumare la contingenza del nostro io mortale?
Parole a cui gli allievi (tutti escluso il reietto Bunny) decideranno infine, complice la devozione al carismatico maestro e la condivisa passione per l'alcol, di dare sostanza evocando il dio. E la storia si instraderà e procederà, da questo punto in avanti, in modo irrevocabile, lungo i binari della disgregazione e della catastrofe. Il dissolvimento della cittadella dell'io di Nietzsche si ripete in quello della piccola comunità ideale di superuomini.
Con in più una scia di sangue (la stessa che si lasciano dietro le menadi quando incontrano, sulla loro strada, un viandante, che passa di lì per caso).


2. Un cielo di stelle morte


Passavo tutto il tempo in biblioteca, a studiare i drammaturghi del teatro elisabettiano... Gli elisabettiani avevano una conoscenza sicura della catastrofe; comprendevano non solo il male, ma l'infinità di trucchi grazie ai quali il male si presenta come bene.
Sono parole che fanno parte dell'epilogo del libro anno seguito, affidate sempre alla voce narrante di Richard Papen. Fanno loro seguito un lungo riferimento al drammaturgo elisabettiano Christopher Marlowe, e due citazioni dal suo Faust, tra cui questa:
In fede, sembra proprio uno stregone.
Sono tutte parole riferite a Julian Morrow? Offrono una possibile chiave di lettura della storia?

Il racconto continua poi con lo stesso Richard che riannoda, per un momento, i fili con i sopravvissuti del gruppo originario. Ma quello che incontra sono ormai solo le loro ombre, dopo che uno a uno sono stati risucchiati nella massa indistinta ed esangue di quell'umanità sopra la quale si erano illusi di essersi innalzati.
Seppure in tono infinitamente minore, è un epilogo analogo a quello della Recherche di Proust, dove nel ricevimento nel palazzo dei Guermantes, trasformato in una sorta di sala d'aspetto degli inferi, il protagonista rinnova la sua conoscenza di tutte le persone del suo passato. In entrambi i casi ci troviamo al cospetto di rovine.
Ma se Proust si ferma appena al di qua della soglia, nel finale del romanzo di Donna Tartt i due piani della vita e della morte si mescolano e si confondono; le rovine dell'illusione continuano fino all'ultimo a mandare rifrazioni come frammenti di uno specchio infranto. Con Dioniso tornato a essere, come forse è sempre stato, un dio lontano, la storia si popola improvvisamente, come per contrappeso, di fantasmi. Perfino con echi alla Poltergeist:
Poteva un fantasma incarnarsi attraverso le onde elettromagnetiche, circuiti elettronici, un tubo catodico? Che cosa sono i morti, poi, se non onde ed energia? Luce che brilla da una stella morta?
E al proposito, le seguenti sono frasi di Julian, che rammento da una sua lezione sull'Iliade, là dove Patroclo appare in sogno ad Achille. Si tratta di un passaggio assai commovente: Achille, felice alla vista dell'antico amico, cerca di abbracciarlo, ma l'ombra svanisce. I morti ci appaiono in sogno, disse Julian, perché è l'unico modo in cui possono farsi vedere da noi; e ciò che vediamo è soltanto una proiezione, trasmessa da una grande distanza, luce che brilla da una stella morta...

Gli inferi sarebbero dunque, infine, un cielo di stelle morte che usa il nostro mondo come uno schermo di illusioni?

* * *

Alcune note di carattere un po' più tecnico, per finire.

Donna Tartt launching The Goldfinch in Amsterdam.
Photograph: Bas Czerwinski/AFP/Getty Images

Nonostante il libro sia stato infine pubblicato, nel 1992, con il titolo di The Secret History, l'autrice lo aveva effettivamente proposto agli editori con il titolo God of Illusion.

E' il primo libro di Donna Tartt e le ha richiesto otto anni di lavoro. Il numero infinito di edizioni testimonia dell'enorme successo dell'opera che ha raccolto il consenso unanime di critica e pubblico.
How the novel became such an all-round triumph is a case of the best of marketing and promotion meeting the best of writing, the complementing of strategy and talent,
ha scritto il New York Times.

Donna Tartt ha scritto in seguito altri due libri: Il piccolo amico (The little friend, 2002) e The Goldfinch, uscito lo scorso anno. L'edizione italiana di The Goldfinch (il cardellino) è prevista in uscita in questo 2014.

* * *

Note

* La letteratura e gli dei, pag.60

L'immagine in alto sotto il titolo è: William-Adolphe Bouguereau, The Youth of Bacchus (1884)

Commenti

  1. Il numero di otto anni che l'autrice ha impiegato per scrivere questo genere di romanzo è l'ennesima conferma che "fretta e ben non stanno insieme". Di capolavori scritti in poco tempo conosco solo "Il rosso e il nero", scritto da Stendhal in soli tre mesi. Poi comunque bisogna tener conto del tempo di incubazione mentale di un'opera, che può essere lunghissima.

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    Risposte
    1. La cifra di otto anni mi consola in parte dei cinque e mezzo che mi ha già richiesto il mio primo romanzo, ancora in corso d'opera. Certo tutto è relativo, se mettessi in fila il numero dei giorni che vi ho davvero dedicato la quantità si ridurrebbe di molto, molto, molto.

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